Eternamente in disaccordo con sé stessi
È difficile mettersi a fare le pulci ai Modest Mouse senza prima venire a patti con quella domanda a cui nessuno sembra ormai più in grado di rispondere: cos’è (stato) esattamente l’indie-rock? Un genere? Un business model? Uno stato mentale? Un luogo dell’anima? Un angolo di un negozio di dischi che non esiste più? Comunque sia andata, quello che è certo è che la ciurma di Isaac Brock ne ha rappresentato una delle storie di successo: abbastanza strani da incutere rispetto, sufficientemente accessibili da diventare una faccenda di dimensioni ragguardevoli, ostinati quel che basta per sopravvivere anche dopo che il termine in questione era diventato poco più che una categoria di lifestyle.
I (non più) ragazzi di Issaquah – da un po’ stabilmente a Portland – hanno raggiunto un livello di popolarità che di indie ha ben poco, saltando a piè pari quella crepa che a un certo punto si era formata tra lo status di culto e il riconoscimento mainstream. Per capirsi, la stessa crepa dove i Built to Spill sarebbero campati di rendita se solo a Doug Martsch fosse fregata una beata mazza di piacere a qualcuno.
Questo per dire che An Eraser and a Maze non riscrive la storia dei Modest Mouse. Non ne ha bisogno. Offre invece qualcosa di forse più raro: una band ancora capace di risultare riconoscibile senza trasformarsi in tributo alle proprie glorie passate. Melodie che emergono da angoli improbabili, ritmi che sembrano negoziare con il metronomo prima di assestarsi: l’album trabocca di tutti quei piccoli particolari che, messi insieme, fanno la firma sgangherata del loro leader, il pensatore compulsivo del rock per eccellenza – uno che compone, suona e canta come se dovesse perennemente risolvere un problema filosofico mentre cerca di ricordarsi dove ha lasciato le chiavi della macchina.
Limitandoci a un semplice conto della serva, una buona metà di questi brani (esclusa la solita manciata di interlude e divertissement) non stonerebbe in una qualche versione deluxe di uno dei dischi risalenti alla loro epoca d’oro – il decennio 1997-2007, testimone di quella cavalcata che va da The Lonesome Crowded West a We Were Dead Before the Ship Even Sank). Non è la nostalgia a parlare: è la qualità artigianale.
Insomma, la mappa del loro labirinto sonoro sarà anche ormai di dominio pubblico, ma Brock dimostra di essere ancora l’unico a conoscere la strada per uscirne. E dopo tutto questo tempo ditemi se non è un piccolo miracolo.