Il piacere della comfort zone
In un mondo che celebra il cambiamento per il cambiamento, anche quando non conduce da nessuna parte, il fatto che Kurt Vile non si sogni di mutare di una virgola quello che è lo rende istantaneamente simpatico. A 46 anni continua ad assomigliare a un incrocio tra J Mascis giovane e Ian Gillan nel 1972, e dopo dieci album rimane attaccato al suo format musicale come una patella allo scoglio. Se ti piace una sua canzone è probabile che ti piacciano tutte, e in base al tuo buon cuore puoi decidere se rimproverargli l’assenza di varietà o abbandonarti a quelle ruminazioni chitarristiche su tempi medi che a lungo andare inducono un effetto quasi ipnotico.
Da questo punto di vista Philadelphia’s Been Good to Me non aggiunge né toglie niente, anche se forse andrebbe notata l’elegante disinvoltura con cui il buon Kurt sciorina il campionario. La sua sei corde produce cristallini filamenti elettrici con la nonchalance tipica degli autori che non devono dimostrare più niente, rifuggendo per fortuna le spaventose derive Dire Straits/Springsteen anni Ottanta in cui indulge Adam Granduciel (War on Drugs), a lungo considerato un suo cugino di primo grado e non solo per la capigliatura. Siamo più dalle parti di uno Steve Gunn, per dire. Ok, l'attacco di synth nella title track ricorda Life in a Northern Town dei Dream Academy, ma che c'è di male? Il cantato colloquiale e svagato fa venire in mente, tanto per non citare per l’ennesima volta Lou Reed, il compianto David Berman o il dimenticato Steve Forbert (quant’era che non leggevate il nome di Steve Forbert in una recensione? Grazie Kurt!).
I testi sono arguti e ben scritti, avvolti in un'auto-narrazione leggera che a volte sfocia persino nella meta-canzone, come in 99 BPM e 99th Song che dichiarano già nei titoli il ritmo della prima e il numero di loop chitarristici della seconda. Nel già citato pezzo che intitola il disco, omaggio alla sua hometown con cui ha evidentemente un buon rapporto, si trovano strofe tipo “speriamo di non finire dentro allo Schuylkill, sarebbe il fiume con il nome sempre difficile da sillabare, ma scorre nella mia città e ce lo metto”. Dai, come fai a non volergli bene? Tutto rilassante e apprezzabile, ma certo quando si rimescolano un minimo le carte si avverte una scossa benefica rispetto alla velocità di crociera. Come in Holiday OKV con i suoi controcanti un po’ soul e un po’ Stones scazzati stile Beast of Burden, nel bozzetto Piano for Sarah e soprattutto in Chance to Bleed: suono più sporco, ritmica sostenuta e quel piglio da Malkmus dei bei tempi che fa sempre sorridere di felicità. Miele per le orecchie di indie rocker di ogni generazione (in particolare della mia), costretti in eterno a sanguinare su quell’”old time, lo-fi, DIY rock’n’roll”. Con altre due o tre canzoni come questa saremmo davanti a un serio pretendente alla Top Ten del 2026, almeno chitarristicamente parlando. Invece rimane sempre la sensazione che manchi tanto così per arrivare a fare il disco che resta davvero. Maybe next time, Kurt?