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Fruit Bats: The Landfill

Fruit Bats The Landfill

Merge Records / Secretly Distribution
★★★★ 4/5
Eddy Cilìa
| Lo leggi in 2 minuti

C’è vita oltre i Bonny Light Horseman

Da Chicago, fresco cinquantenne, Eric D. Johnson dev’essere uno di quei rari musicisti con la casa piena di dischi. Per certo è sempre stato trasparente riguardo a quanti hanno concorso alla sua educazione sentimentale. “Beatles, Byrds, Kinks, Supertramp”, snocciolava in una vecchia intervista (trova l’intruso) senza bisogno di aggiungere per quanto è risaputo Velvet Underground (la sua prima band seria, I Rowboat, ne erano una copia conforme) e Smashing Pumpkins (nel 2020 rifaceva per intero Siamese Dream). È anche uno cui piace collaborare: è stato con gli Shins, ha suonato in diversi album dei Vetiver, con i Califone, con Matt Berry. Soprattutto, nel 2019 ha dato vita con Anaïs Mitchell e Josh Kaufman ai Bonny Light Horseman, supergruppo folk che da avventura estemporanea quale avrebbe dovuto essere è subito diventato per i suoi componenti (l’omonimo esordio veniva candidato a due Grammy) il principale dei progetti, rispetto al quale il resto (e stiamo parlando di carriere importanti) si è ritrovato declassato a dopolavoro. Nel caso di Johnson, il resto sono i Fruit Bats, da sempre poco più che un alias. Nel precedente Baby Man, l’anno scorso, faceva quasi tutto da solo e ne risultava il suo disco più scarno di sempre, nonché quello in cui si offriva emotivamente più vulnerabile.

Dice il nostro uomo che i testi di The Landfill li ha composti come quelli del predecessore, buttandoli giù di getto appena sveglio, con una tecnica via di mezzo fra la scrittura automatica e lo stream of consciousness. Sugli spartiti si è evidentemente soffermato parecchio di più (e ben quattro su dieci recano in calce altre firme oltre alla sua) e per l’esecuzione ha poi convocato in sala di incisione una buona mezza dozzina di sopraffini strumentisti. Raramente in passato i Fruit Bats sono stati così band e fra gli undici lavori autografi in studio pubblicati a partire dal 2001 è questo uno dei più rifiniti, ricchi, ambiziosi.

Lo evidenzia immediatamente girando fra valzer e blues The Saddest Part of the Song, lo ribadiscono il power pop di impronta Emitt Rhodes Think Aboutcha, la pianistica in scia a Randy Newman Silverfish in the Fink, una meravigliosa Fishin’ for a Vision che potrebbe esser siglata Wilson/McCartney e Perhaps We’re a Storm, quasi un Billy Corgan alle prese con un giovane Van Morrison. Congedo affidato all’energica traccia omonima, a The Landfill riesce l’impresa di riportare i Bonny Light Horseman al ruolo originario di deviazione da percorsi bene instradati. Quantomeno per trentaquattro squisiti minuti.

fruit bats 

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