Le mille e una vita di Amy Lee
Quattro anni fa, una coppia di non più giovanissimi vince dei biglietti per un concerto degli Evanescence. Ricordando il loro periodo d'oro, quello di vent'anni prima con Fallen e il singolo Bring Me to Life, hanno pensato "perché no?" Sarebbe stata una piacevole serata amarcord in mezzo ad altri attempati. Nulla di più sbagliato: il Forum di Assago era pieno di ragazzini in estasi. Cosa era successo? Semplice: ormai da anni erano un progetto in mano alla sola Amy Lee, che una volta passato il picco fatto di Grammy e milioni di dischi venduti aveva riprogrammato il marketing, preferendo investire in tour mirati, comparsate in colonne sonore, apparizioni in eventi di rilievo mediatico, andandosi così a prendere il pubblico che se ne frega di giornali, recensioni o media classici: tutto gira on line su reel da TikTok, e per il giovane in cerca di emozioni forti la loro lettura edulcorata del metal era un'ottima iniziazione ai suoni pesanti.
Ovviamente musica e collaboratori devono essere "corretti" uscita dopo uscita, per un suono contemporaneo quel che basta per piacere e colpire, cercando comunque di conservare l'aura del senza tempo, che qui si traduce nella sempre splendida voce della leader. Ecco spiegato, almeno in parte, l'effetto che dà questo nuovissimo Sanctuary. Non è un album come lo si concepiva una volta, bensì una serie di canzoni con ai comandi una sfilza di produttori di cui basta guardare il curriculum per capire dove si sta andando a parare: Jordan Fish (Bring Me the Horizon, Poppy), Zakk Cervini (Yungblud, Limp Bizkit, Machine Gun Kelly) e il sodale Nick Raskulinecz (Korn, Foo Fighters) si alternano al mixer per un risultato che grida heavy rotation da ogni nota. Ballate strappalacrime come Forever Without You e How Do I Heal si contrappongono a cose più pesanti come l'industrial senza alcool di Rapture, Who Will You Follow e Self Destruct, queste ultime anche con breakdown da manuale. Ovvio il ripescaggio di Afterlife, già nella colonna sonora di Devil May Cry dello scorso anno (roba da Netflix, manco a dirlo), mentre tracce degli esordi si intravedono in About Us (un'invettiva nemmeno troppo velata contro Mr. Orange).
Amy dimostra che il passare degli anni ha giovato non poco alla sua voce, che oggi sembra estremamente più bilanciata, meno spinta e più controllata, ideale per dare linea alle nuove sonorità: lasciati da parte gli imbellettamenti gotici, è un sound volutamente moderno (e perché no, più pop) quello che caratterizza gli Evanescence nel 2026. Un capolavoro? No. Un prodotto ben costruito in grado di soddisfare un po'tutti? Assolutamente sì. Dopo trent'anni di carriera, può anche andare bene così in fondo. L'unica nota davvero stonata è la copertina rimaneggiata con l'AI, ma sembra ormai che sia il trend del momento. Passerà anche questo.