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Bedouine: Neon Summer Skin

Bedouine Neon Summer Skin

Bedouine Music / The Orchard
★★★★ 4/5
Carlo Bordone
| Lo leggi in 2 minuti

Aleppo, California

Ci sono modi diversi di aggirare luoghi comuni, pregiudizi e aspettative. Da un'artista che si chiama Azniv Korkejian, che si è scelta come nome d’arte Bedouine in onore delle tribù nomadi di cui possiede ricordi sfocati legati all’infanzia nel paese d’origine (la Siria) e in quello in cui ha vissuto per un po’ in orfanatrofio (il Libano) prima di approdare negli Stati Uniti, ci si attende musica dai profondi influssi mediorientali e magari canzoni declamate in arabo con i melismi tipici di quella zona del mondo. Ma anche questo è in fin dei conti un cliché come un altro, che non tiene conto del fatto che la dislocazione geografica e culturale è un tratto ineludibile in epoca di migrazioni. Chi già conosce i tre dischi precedenti di Azniv non sarà certo sorpreso, quindi, di ritrovare il suo raffinato soft-pop-folk in inglese, come è giusto che sia per chi è cresciuta in California.

Parte l’attacco di On My Own e sembra che la puntina sia appena calata su un classico della Asylum di metà anni Settanta, atmosfera da Laurel Canyon e le foto di Carole King e Rickie Lee Jones appoggiate al mixer. Sensazioni accentuate dal passo felpato e dagli archi e fiati che, come in gran parte di Neon Summer Skin, sorreggono l’ossatura pianistica di Long Way to Fall. I due pezzi citati vedono alla produzione l’ex-Foxygen Jonathan Rado (il resto è nelle mani di Gus Seyffert e di Bedouine stessa), amicone dei fratelli D’Addario (Lemon Twigs) che infatti fanno la loro comparsa, Michael alla batteria e Brian alle tastiere e chitarra. Non è un caso quindi, che la mente corra a un’altra conoscenza comune, a testimonianza della fertilità di questa famiglia pop allargata: Natalie Mering alias Weyes Blood. Nelle melodie e nei passaggi armonici di One Thing Right sembra di riconoscere la classe di Aimee Mann, mentre la traccia omonima distilla un folk tanto spoglio quanto intenso.

E le radici cui si accennava in apertura dove sono? Musicalmente nel cantato in arabo di Deghma Cheega, che perversamente si appoggia su uno squisito andamento tropical-bossa nova, ma soprattutto nei testi. Flash di un'infanzia lontana, momenti incantati interrotti drammaticamente dalle svolte della vita e della storia, la sensazione di non appartenere davvero a nessun luogo sentendo il richiamo di tutti quelli in cui si è vissuto. Forse l’unica risposta ai propri fantasmi è cantare Na Na Na come nel pezzo omonimo, profumato di Bacharach e Sixties, oppure sta nelle note sparse di piano di Canopies che chiudono un album delicato, intimo, a tratti sublime.

bedouine 

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