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Protomartyr: Hotel Usona

Protomartyr Hotel Usona

Domino Recording Co. / Domino
★★★★ 4/5
Carlo Bordone
| Lo leggi in 2 minuti

Prenotate la vostra stanza nell’orrore

Sarà vedere il nome di Dave Fridmann in cabina di regia, ma se dovessimo trovare un paragone storico per questo settimo album dei Protomartyr il primo che viene in mente è The Soft Bulletin dei Flaming Lips. Chiariamo subito: nulla di più distante sonicamente da quella languida psichedelia in technicolor, nulla di più incompatibile concettualmente con quell’universo disneyano di frutta candita, escapismo sci-fi e romanticismo interstellare. Ma come quel disco fu per la banda di Wayne Coyne un salto di categoria dopo la gavetta indie, così Hotel Usona rappresenta un evidente momento di svolta per il gruppo di Detroit: dimentichiamoci (in parte) gli scrupolosi discepoli di Fall e Jesus Lizard, da qui in poi si nutrono evidentemente altre ambizioni. E davvero non è forse un caso che dietro al mixer ci sia Fridmann, coadiuvato in questo caso dal figlio Jon che si occupa dei fiati. Il suo approccio massimalista alla produzione è perfetto nell’esaltare l’impianto tematico, decisamente ambizioso, del lavoro. Che appartiene alla vetusta ma a quanto pare ancora spendibile categoria dei concept: il titolo dichiara che l'ambientazione è un albergo fatiscente e spaventoso, a metà tra l’Overlook kubrickiano, l’Hotel California (qualche strizzata d’occhio qui e là forse c’è, anche se il brano Exalted Eagles non ha a che fare con la band ma con il simbolo degli States) e l’Hostel sadicamente orrorifico visto al cinema. Quell’albergo è l’America di oggi.

Nelle sue stanze e nei suoi corridoi si aggirano i fantasmi fin troppo reali del presente: guerre, suprematismo, tecno-fascismo, manipolazione dei media, odio, conflitto sociale. La metafora è intrigante, anche se nello scorrere dei brani ogni tanto si perde un po’ il filo anche a causa di testi spesso impenetrabili: si avvertono la tensione e l’oppressione nello stomaco, mentre sul piano della decodifica razionale qualcosa viene a mancare. Ma in fondo non è importante: conta la botta, e a quella pensa la musica più che il cantato monocorde (ma a modo suo imperioso) di Joe Casey. La squadrata durezza dei Protomartyr assume qui una dimensione quasi onirica, la violenza si discioglie in una sorta di terrore panico sottolineato da una batteria militaresca, dalle chitarre e dai fiati. Soprattutto da questi ultimi, onnipresenti, che danno profonde tonalità jazzate, a volte addirittura esotiche, all’aggressività punk e industrial.

Tra gli ospiti dell’albergo ci sono i Morphine tanto quanto i Ministry, i Joy Division così come Morricone. Eccesso di ambizione? Può darsi, ma il risultato finale ha una sua inquietante epicità. Dall’Hotel Usona, una volta entrati, si esce cambiati. Sempre che si possa uscire. Nella conclusiva Checking Out Casey declama «in questa versione dell’inferno, loro posseggono tutte le stanze». Come diceva quella canzone di cinquant’anni fa, «you can check out any time you like, but you can never leave».

protomartyr 

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