All’inferno, senza ritorno
Creatori (ignari) dell'industrial metal sopravvissuti a sé stessi più volte, i Godflesh arrivano al capolinea non tanto per carenza di idee ma per motivazioni prettamente fisiche. L'operazione a cui è stato sottoposto di recente Justin Broadrick, infatti, non gli permette più di urlare nel microfono per un'ora: e se ciò che viene fatto in studio non può essere replicato dal vivo tanto vale chiuderla lì. Il duo (assieme a J il sodale G.C. Green) ha sempre proposto musiche riproducibili live. Nessun abbellimento, sovraincisioni ridotte all'osso, niente cori inutili. Drum machine, basso, voce, chitarra. Effetti? Un paio di distorsori, delay, chorus. Tanto bastava, allora come ora. Ed è sulle basi di sempre che poggiano le fondamenta di Decay, penultimo atto (il prossimo, già anticipato, uscirà nel 2027) di una carriera che forse ha avuto momenti meno a fuoco di altri, ma che mai è scesa sotto la sufficienza piena.
Qui, va chiarito subito, siamo di fronte a un apice. Se l'album della rinascita A World Lit Only by Fire è stato, nel bene e nel male, un nuovo monolite sulla scia di Streetcleaner, i successivi Post Self e Purge, pur funzionando a meraviglia, difettavano del guizzo per rapire davvero il cuore: sarebbero stati imprescindibili per altre band, non per i Godflesh. Decay riesce invece a fare perfettamente il punto, ridisegnando oggi le coordinate del duo di Birmingham. Le carte sono già scoperte al primo brano Master and Slave, poco meno di nove minuti in cui si viene trasportati in un vortice asfissiante di paranoia, dissonanze, dolore, rinascita: il cambio di registro sul finale ha l'effetto di un analgesico potentissimo, dove l'atroce dolore fisico svanisce lasciando però spazio al caos controllato dei pensieri. Del singolo Living/Ending si era già parlato: puro industrial metal figlio dei Killing Joke più neri nell'accoppiata Feral Colony/Fear of Man, mentre l'inafferrabile Fodder lascia senza parole, anticipando l'ombra di Dirk Ivens che – involontariamente – si staglia nella conclusiva Consume Me, dodici minuti che elevano il sound odierno dei Godflesh a un livello inedito. Solo emozione primordiale, istinto primario, operazioni chirurgiche fatte con ferri arrugginiti.
Decadenza, appunto. Eppure, per chi è avvezzo a certe sonorità, lì sotto è facile trovare tonnellate di poesia, umanità, calore. Se il prossimo e conclusivo album riuscirà a mantenere perlomeno la metà del valore di questo, saremo di fronte all'uscita di scena più alta di un certo modo di intendere la musica. Tutto questo mentre, in questi giorni, la massa si accorge della grandezza di Justin Broadrick, appena uscito con una nuova collaborazione (la terza, dopo i due brani sull'ultimo album) con Phoebe Bridgers. Strani scherzi fa il Fato, ogni tanto...