Porgersi pop senza compromettersi
Il detto “nemo propheta in patria” non vale per Agnes Obel, da Copenhagen: centoventimila copie vendute del debutto del 2010 Philarmonics e, contando la Danimarca sei milioni di abitanti, è come se un’esordiente da noi ne avesse totalizzate un milione e duecentomila. Bene, per quanto con numeri meno clamorosi, anche i successivi tre album e Obel oltretutto non è una star solo nel paese che le ha dato i natali: grande la sua popolarità pure in Francia, Belgio, Olanda, Svizzera, Germania (dove vive da vent’anni, Berlino la città che chiama casa), in misura minore in Gran Bretagna dove Myopia, lontano predecessore (2020) di The Meaning of Flowers, era un numero 34, quattro posizioni sotto il disco prima ancora, Citizen of Glass (2016). Italia? Non pervenuta.
Il recensore non può dunque dare per scontato che chi legge abbia familiarità con la protagonista di una delle storie di successo più improbabili degli ultimi due decenni. Perché d’accordo che non gioca nel campionato delle Taylor Swift o delle Beyoncé e nondimeno è incredibile che Obel venda quello che vende. Fatto caso all’etichetta che pubblica il nuovo lavoro (ed è una seconda volta dopo Myopia, che usciva in inaudita collaborazione con la Blue Note)? Deutsche Grammophon. Da sempre leader in materia di musica classica. Che è l’ambito da cui proviene l’artista, che si accostava al pianoforte da bambina applicandosi a spartiti di Bartók e Chopin e adolescente, nel mentre eleggeva a stella polare Debussy, si innamorava del jazz e di PJ Harvey, di Nina Simone, dei Can. Nel magnifico debutto a undici canzoni autografe affiancava una cover ed era scelta quantomai significativa: il John Cale di Close Watch.
Sedici anni (i sei posti fra quest’album e il predecessore dovuti all’essere diventata madre nel frattempo) non sono trascorsi senza novità. Quello era un progetto per voce e piano, qui la titolare oltre a cantare con bella voce da soprano (un riuscito azzardo che in qualche frangente la manipoli) suona assortite tastiere, maneggia synth e campionatori, ricorre all’apporto di un’orchestrina che include archi e flauto, basso, lap steel, harmonium, sax, percussioni, un coro. Ne risulta il suo lavoro più fruibile di sempre, in un peculiare modo che può richiamare Tori Amos come Björk, Kate Bush, talvolta Enya (artiste che via, due dischi li hanno venduti), infiltrato di folk come di elettronica, qui barocco e lì gotico, dolente, un attimo dopo brioso. Il titolo dell’ultima traccia accenna a un Faustian Deal, ma è tutto tranne che un compromettersi questo porgersi “pop” conservando una raffinatezza estrema.