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Phoebe Bridgers: Lost Weekend

Phoebe Bridgers Lost Weekend

Dead Oceans / Secretly Distribution
★★★★ 4/5
Max Zarucchi
| Lo leggi in 3 minuti

La lunga strada dall’Indie al Pop

Californiana oggi trentaduenne, Phoebe Bridgers in pochi anni è riuscita a far parlare di sé quanto basta per ritrovarsi nelle zone calde delle classifiche di mezzo mondo. Operazione commerciale? Non diremmo: basta una manciata di ascolti al nuovo album per intendere che di sostanza ce n'è e parecchia. D'altronde già nell'EP di debutto Killer si intravedevano delle qualità, poi fiorite in Stranger in the Alps, dove l'artista dimostrava un'ottima abilità nel plasmare a piacimento una forma di folk-pop cantautorale con una peculiarità sua propria. Il tutto diventava ancora più evidente con il successivo Punisher e nelle miriadi di collaborazioni e progetti paralleli – primo fra tutti boygenius, supergruppo con Julien Baker e Lucy Dacus il cui esordio in lungo The Record è stato un numero 4 USA e in Gran Bretagna, Irlanda e Paesi Bassi addirittura un numero uno – che la vedevano impegnata.

Ma è in questo nuovo Lost Weekend che il salto di qualità appare netto. Zeppo di featuring (oltre cinquanta tra musicisti e tecnici!), supera i cinquanta minuti senza mai mostrare cedimenti in un flusso continuo in cui influenze e sfumature confluiscono una nell'altra e i contrasti più accesi trovano un equilibrio impeccabile. Merito anche di una scaletta davvero ben studiata e, ovviamente, delle mani dei produttori, che si fanno sentire specialmente nei chiaroscuri. Per esempio, lo spingersi verso l'indie lo-fi di Alex Giannascoli (che si è fatto strada partendo dal DIY) si contrappone alla ricerca dell'innodia di Jack Antonoff (Fun, Bleachers e al mixer per Lorde, Taylor Swift, Lana Del Rey), mentre provvedono Ethan Gruska e Tony Berg (Edie Brickell, P.I.L., Fiona Apple) a mantenere per il resto l'opera dentro il perimetro del canone dell'autrice.

Una sorta di Yin e Yang sonoro dona dunque dinamismo e imprevedibilità a sedici brani ai quali, ma solo su vinile e CD, si aggiunge come splendida bonus Best Dressed, con Justin Broadrick dei Godflesh/Jesu. A episodi di stampo intimista (The Outside, Kill Me, la title track) si alternano favole folkeggianti (The Governor's Waltz) e brani (Bobby, Lost Boys, Liberty Tree) caratterizzati da performance vocali di tutto rispetto dove più che altrove Phoebe disegna il percorso che vorrebbe seguire: giungere in cima anche da solista ma senza snaturarsi troppo. Invece di nuocere, un tono generale più del solito improntato alla cupezza pare donarle ulteriore slancio. Alle prese con la morte del padre, con cui aveva un rapporto alquanto conflittuale, e una storia d'amore andata in pezzi, l'artista va alla ricerca di una catarsi musicale in un ambito che, dovendolo proprio etichettare, si potrebbe dire art-pop. A volere a ogni costo cercare un difetto a un lavoro che rasenta la perfezione si può rimproverargli una certa carenza insieme di immediatezza e memorabilità. Un essere un po'  troppo "confezionato" quando c'è chi con sole chitarra e voce riesce a scavare più in profondità nell'anima dell'ascoltatore.

phoebe bridgers 

A proposito:

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