Sopravvivere a sé stessi, per sempre lacerati, con il sorriso
Il fato a volte gioca brutti scherzi. Pensate per esempio a Natalie Imbruglia: bene o male chi è negli "anta" la conosce per lo più grazie a quel tormentone con video annesso che dominò per settimane i palinsesti musicali del 1997. Torn fu un successo planetario, uno di quei pezzi che ti si appiccicano addosso e non li togli più. Solo che era una cover: scritta dal produttore Phil Thornalley (che qualche darkettone ricorderà al mixer per Pornography dei Cure, sostituto temporaneo di Gallup per il tour del 1984 e fautore dell'irresistibile linea di contrabbasso che caratterizza The Lovecats) assieme a Anne Preven e Scott Cutler degli Ednaswap, fu prima pubblicata nel 1993 dalla danese Lis Sørensen con il titolo di Brændt, per essere poi ripresa in inglese dai sopracitati Ednaswap nel 1995 e, infine, cantata dalla Imbruglia due anni dopo. Cosa che la trasformò in una miniera d'oro un po' per tutti i coinvolti, anche se i più distratti pensano che la carriera dell'Australiana si limiti a quello e al massimo al disco di debutto, ed è un peccato.
Negli anni l'artista ha regalato al suo fedele pubblico una serie di lavori più che buoni, fino ad arrivare a quest'ultimo, dove dimostra una volta di più quanto talento si nasconda dietro quegli occhioni azzurri. Pur accompagnata da una lunga serie di collaboratori e produttori (tra gli altri: Ash Soan, MyRiot, Anu Pillai), firma ogni brano dell'album (composto ufficialmente da dodici tracce; altre cinque si trovano sparse su diverse edizioni: maledetto marketing), mettendo al centro delle liriche quello che, banalmente, possiamo descrivere come il suo spegnere cinquanta candeline: il rapporto con il disturbo ossessivo compulsivo, l'ADHD, la pre-menopausa e tutto ciò che comporta, l'ansia derivata da tecnologia e social, la presa di coscienza nel ritrovarsi fragili anche quando si pensava di essere invincibili. Il contrasto è però netto: a testi così personali e profondi si contrappongono composizioni spesso solari (Debbie, Upside Down), stilosamente pop (Just Drive, Breathe with the Fire Lola), malinconiche quanto basta (Sounds Like It Feels, Who Dimmed the Lights?) o terribilmente fine anni Novanta (Jesus On Mars, Endgame).
Il risultato è un album snello e fruibile, breve il giusto, diretto, agile e senza troppi fronzoli. Non sarà un capolavoro ma è innegabilmente un bel disco di pop elettronico, elegante ma non pretenzioso, che riesce a tenersi in equilibrio quasi perfetto tra la voglia di fare ballare e quella di sorridere, accarezzando la nostalgia senza troppi rimpianti. Dopo trent'anni di carriera, va benissimo così.