Un’altra fantasmagoria di due
Per quanto vanti una discografia da solista di una certa consistenza, l’australiano Mick Harvey è soprattutto uno che ama collaborare: complice di Nick Cave per tre abbondanti decenni durante i quali lo ha fiancheggiato prima nei Boys Next Door, quindi nei Birthday Party, infine (per ventisei anni, dal 1983 al 2009) nei Bad Seeds dividendosi a un certo punto e a lungo fra questi ultimi e i Crime & The City Solution, ha inoltre griffato una ventina di produzioni e nell’elenco spiccano tre dischi in cui a usufruire dei suoi servigi è stata l’omonima inglese Polly Jean. Proprio PJ gli presentava Amanda Acevedo, artista visiva, regista, autrice e interprete messicana. Ne nasceva una bella amicizia. Che si potesse lavorare insieme era un’idea di Amanda in tempi di pandemia. Spediva un po’ di demo di sue canzoni, lei che mai aveva pubblicato qualcosa in precedenza, a Mick, che mai prima si era trovato a intraprendere una collaborazione a distanza, e in qualche momento in quell’andirivieni di file fra terre lontane una scintilla scoccava. Esultava e si esaltava Harvey, cultore di Gainsbourg con all’attivo due raccolte di traduzioni di costui decisive nel diffonderne la fama nel mondo anglofono: persuaso di avere trovato la sua Jane Birkin. Ci metterà un po’ a prendere forma Phantasmagoria in Blue e quando vedrà la luce nel settembre 2023 stupirà il suo offrire, su quattordici tracce, giusto un paio di brani con sotto le firme della coppia. Il resto sono cover, due di Tim Buckley, una di non indovineresti mai chi. Io, che pure lo recensivo lodandolo, accostandolo ai Walkabouts di Satisfied Mind, l’ho appena scoperto e non me ne capacito.
Nel frattempo sono usciti altri due album – nel 2024 Five Ways to Say Goodbye, accreditato al solo Harvey ma con Acevedo ospite; nel 2025 il tributo a Jackson C. Frank Golden Mirrors, collaborazione piena – ma di quel debutto Psychedelia in White è il successore vero. Magari facendosi dare una mano da terzi i due autografano stavolta sette canzoni su dieci, ma delle tre non loro io più che Slow-Motion-Movie-Star, una Polly Jean prossima alle Murder Ballads caviane, non avrei mai riconosciuto senza il soccorso dei crediti.
Su come suoni la dice lunga il titolo. In un programma mediamente pregiato spiccano il raga-rock Dream of Serpents, una Venus in Furs in miniatura chiamata Perfect Storm, il chamber-pop The Greatest Delight, una tenera Bride of the Sea, la fiabesca e folky Atlantis.