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Mastodon: Marrow Deep

Mastodon Marrow Deep

Loma Vista Recordings / Universal Music Group
★★★½ 3.5/5
Max Zarucchi
| Lo leggi in 2 minuti

Il peso dell’assenza

Sono passati ventisette anni da quando Brann Dailor e Bill Kelliher hanno incrociato le loro strade, collaborando a quel disco pazzesco che era In the Eyes of God dei Today Is The Day di Steve Austin. Finito l'idillio, a tour concluso Steve va per la sua strada contribuendo involontariamente a posare le fondamenta per i Mastodon. Brann e Bill si fanno raggiungere da Troy Sanders e Brent Hinds, il tempo di trovare una quadra e nel 2002 pubblicano il debutto, infilando da lì in poi una serie di album eccellenti che hanno fatto la storia del metal moderno affogato nello sludge più psichedelico (vale la pena ricordare perlomeno Remission, Leviathan e Blood Mountain). Una lunga carriera, non senza intoppi (chi li vide a Milano con gli Slayer nel 2008 si trovò davanti un power trio sotto steroidi, dato che Kelliher era assente), zeppa di soddisfazioni ma anche di problemi personali: a marzo 2025, con un botta e risposta mediatico al vetriolo, Hinds lascia la band e muore tragicamente cinque mesi dopo in un incidente stradale. 

Dal caos ci si può far sopraffare, oppure provare a uscirne. I Mastodon hanno optato per la seconda opzione, e – assunti Nick Johnston alla chitarra e João Nogueira alle tastiere – tornano con un album che sa di rinascita, però non nella maniera che un romantico potrebbe aspettarsi. Perché se in questo nuovo Marrow Deep c'è qualcosa che davvero si sente, è l'assenza di Brent: manca la sua follia, il voler portare i brani a un livello superiore, l'imprevedibilità degli arrangiamenti. Il disco fila via in modo piacevolmente massiccio, tuttavia senza quel piglio a briglie sciolte che ha reso grande la band. Snakes for Dinner (con ospite Josh Homme), Your Ghost Again e In the Ruins sono tre singoli eccellenti che non fanno gridare al miracolo: erano semplici riletture (pur splendide) di un suono già consolidato, al massimo levigato dagli anni e dall'esperienza di vita, sopra e fuori dal palco. Una delusione? No, perché la sorpresa è dietro l'angolo, o meglio, sul lato B. Il finale dell'album, infatti, è la porzione più sorprendente: il poker Moth and Bones, A Vampire's Demeanor, The Vanishing (con cameo di Geezer Butler) e The Three Fates segna il momento in cui i Mastodon cambiano non solo marcia, ma intenzione. Qui, finalmente, si trasformano in un quintetto più che in una band di cinque elementi e i nuovi entrati non si limitano a esserci o a dare input, ma ricoprono un ruolo fondamentale per lo svecchiamento del sound e aprono nuovi orizzonti sonori.

Il nono disco degli americani può essere preso dunque sia come un bigino di ciò che sono stati, perlomeno negli ultimi anni, sia come un assaggio di quello che potrebbero diventare. Visto sotto quest'ottica – e tenendo conto di tutto – è la cosa migliore che oggi potevano fare.

mastodon 

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