L’arte di non prendere troppo sul serio la scuola d’arte
Innanzitutto, rassicuriamo le menti più impressionabili: il nome della band pare il titolo (o quantomeno la sceneggiatura sintetica) di uno snuff movie per stomaci forti, ma lungo il corso di Cannonball, nessuno muore male. Anzi, potrebbe pure darsi che ci scappi una mossetta d’anca inconsulta, se non addirittura una risata sotto i baffi.
Come contesto, siamo dalle parti del Windmill di Brixton, l’ormai leggendario incubatore di South London dove giovani musicisti in erba imparano le basi del radical-chiccismo auto-referenziale e scoprono il primo stadio dello stardom indie-rock, esibendosi fino allo sfinimento davanti a una ventina di persone che a loro volta suonano in altre band. Per capirsi, è il postaccio da cui è uscita gente come black midi e Black Country, New Road, anche se (grazie a Dio) a questo giro, invece che una malata venerazione verso ben note (moto)seghe mentali prog, pare ci sia un sincero interesse a imparare a scrivere canzoni, dove il termine è da intendersi come lo intende il pop-olo, ovvero roba che sia almeno canticchiabile.
Canzoni che crescono in equilibrio sul taglio di una piccola forbice aperta tra un post-punk pettinato bene e un istinto pop vagamente obliquo. Arrangiamenti irrequieti che non si perdono in troppi fronzoli, con un gusto per gli spigoli che non richiede necessariamente un diploma in geometria, pieni di piccole perturbazioni che impediscono alle cose di assumere una forma ben definita.
Un po’ di carattere al disco lo aggiunge il contrasto, ben bilanciato, tra le due voci. Quando canta Vera Leppänen siamo dalle parti (per rimanere, appunto, in Zona 2) dell’intimità storta che caratterizza i loro cuginetti Mary in the Junkyard. Appena entra in scena Billy Ward, ecco arrivare un caricone di quella certa sardonica sboroneria marchiata Yard Act. A onor del vero, va detto che ci sono anche archi e violini promossi stabilmente in formazione nelle mani di Clio Starwood e spruzzati qui e là in abbondanza, con un pizzico di distorsione, un po’ come a dire “Hey! Non si fosse capito, abbiamo fatto il liceo artistico!” – ma sempre senza esagerare e, soprattutto, mai nel posto sbagliato.
Insomma, è solo un debutto, eppure l’impressione è quella di trovarsi davanti a un nutrito gruppo di amici che ha capito che la weirdness funziona meglio se sa dove andare a parare. Una band che sembra ancora nel pieno del processo decisionale riguardo al livello di “lo famo strano” su cui assestarsi, ma che già dà segnali più che incoraggianti sul fatto che finirà per non pisciarlo tutto fuori dal vaso.