3, the Magic Number
La sigla è nuova e non dirà forse nulla al lettore, ma almeno uno dei componenti il trio che debutta con quest’album omonimo dovrebbe risultargli familiare: Devendra Banhart, a inizio secolo fra i vessilliferi di quella scena che chiamarono New Weird America. Era psichedelia fra l’agreste e l’astrale, sghemba, con poca o punto attenzione a compiutezza e arrangiamenti dei brani, spesso “unplugged” e in bassissima fedeltà, ed erano poco più che abbozzi quelli che attiravano su costui l’attenzione di Michael Gira, che prontamente ne ristampava l’esordio autoprodotto. Pure i successivi tre lavori uscivano su Young God e vendevano abbastanza (alcune decine di migliaia di copie: tantissimo per dei dischi così grezzi ed eccentrici) da attirare sull’autore l’attenzione dell’industria maggiore. Da allora ha pubblicato su XL, Reprise, Nonesuch, attualmente è accasato alla Mexican Summer, ed era in quel passaggio di categoria che il suo percorso per la prima volta incrociava quello di Noah Georgeson: autore e chitarrista lui stesso ma soprattutto produttore raffinatissimo. L’uomo dietro Joanna Newsom, per dire, ma nel chilometrico CV figurano pure Bert Jansch, Vetiver, Strokes, Charlotte Gainsbourg, Cate Le Bon. Chi manca all’appello? Gyan Riley: virtuoso della chitarra che, diciottenne, già era nell’orchestra di Henry Kaiser e ha poi collaborato con Lou Reed e John Zorn e realizzato una decina di dischi in proprio. Figlio d’arte: Terry, niente di meno.
Già alcuni anni fa, era il 2021, Banhart e Georgeson si cointestavano Refuge, sorta di omaggio all’estetica – in senso ampio – ECM: lavoro fra ambient e new age con qualche incursione nella neo-cameristica che chissà quanto dovette infastidire i cultori del periodo indie del primo. Non si entusiasmeranno per Hug. Manco si daranno pena di ascoltarlo, probabilmente.
Si perdono, nel caso, un’opera diversa e superiore rispetto a Refuge. Sostanzialmente: non si rinvengono nei suoi 52’37” influssi di musica classica all’infuori di qualche fraseggiare di corde, di minimalismo come usualmente lo si intende ve n’è anche meno e ne prendono il posto suggestioni che possono dirsi “world” (Bathypelagic è un fado in moviola, Petrichor flirta con il flamenco) giusto per capirsi. Altro? Parecchio: la lezione del gamelan che impregna Cow with Half Moon Parasol; Sarva Mangalam, che rimanda al primo Devendra ma registrato bene; un che di kosmische che si insinua in Homunculus in the Foliage; Catatumbo, che è il John Fahey che era lisergico negando di esserlo. Album fruibile in due opposti modi: lasciandolo andare in sottofondo; prediligendo un ascolto immersivo e attento, preferibilmente in cuffia.