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Erykah Badu & The Alchemist: Before the World Blows

Erykah Badu & The Alchemist Before the World Blows

Young / Beggars
★★★ 3/5
Eddy Cilìa
| Lo leggi in 2 minuti

Farsi aspettare troppo e poi tirarla troppo in lungo

Troppo finto soul negli anni Novanta, costruito a tavolino con ogni angolo accuratamente levigato perché possa imprimersi (fastidiosamente) nella memoria senza mai graffiare il cuore. E poi finalmente si affaccia alla ribalta una diva vera, voce che incanta, scrittura solidissima e vivaddio un'anima che esulta e geme, profferisce parole d'amore e invettive appassionate.  Baduizm nel 1997 fa furore. Gli andrà subito dietro (tanto a chiarire la sostanza dell'interprete) un live e tre anni dopo il quasi altrettanto straordinario Mama’s Gun. Nel frattempo è emersa una generazione di nuove signore del soul che alla Badu debbono molto, ma del mondo che ha creato l’artista comincia gradualmente a non essere più all’altezza, smarrendo ispirazione, vendite, rilevanza. Nel 2003 Worldwide Underground per reggere il confronto con le rivali si affida a manierismi eleganti, trovando vivacità autentica giusto nei brani con qualche riuscito featuring e se da lì a cinque anni 4th World War, prima parte del concettuoso dittico New Amerykah, evidenzierà un apprezzabile ritorno in quota nel 2010 la seconda, Return of the Ankh, patirà un fluire troppo uniforme.

Atteso sedici anni, Before the World Blows cala in extremis la carta migliore, con una Black Box in cui si affaccia Kamasi Washington e che intreccia Weather Report e slam poetry. Un po’ paradossale che venga da lamentarne una durata contenuta in quattro minuti quando a sabotare l’opera è esattamente un esser tirata troppo in lungo. Ma non sono singole tracce a danneggiarla: pigra, pulsante, narcotica, in ultimo liturgica, l’iniziale Echos regge bene i suoi 7’23” e lo stesso Witch Doctor, 6’26” fra jazz ed errebì, voci che si rincorrono senza posa e coda appropriatamente sciamanica. Piuttosto al disco avrebbe giovato una sforbiciata alla seconda metà, giacché a quel punto una certa carenza di varietà nelle scansioni e nelle atmosfere comincia a farsi notare e a pesare e non vi è ospitata (Steve Lacy, Thundercat, Westside Gunn) che vi ponga rimedio. Che altro manca? Qualche canzone indimenticabile e non soltanto gradevolmente epidemica, come è il caso di Valentine e Breezy. Ci va vicino il funk Next 2 U e però c’è il trucco: ricalca The Realest dei Mobb Deep di cui proprio The Alchemist firmava nel 1999 la produzione. Badu se ne innamorava, lì le remote origini di una collaborazione su un piano tanto paritario da giustificare che l’album sia co-intestato.

erykah badu & the alchemist 

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