Un dossier ancora aperto.
A quanto si dice, la prima cosa che fa Rick Rubin prima di produrre una band più o meno stagionata è prenderne i componenti, farli sedere su un divano (me li immagino scalzi e a gambe incrociate, mentre tengono bastoncini di incenso accesi tra le dita dei piedi) e obbligarli ad ascoltare il loro primo disco. True story o no che sia, J Mascis è uno che vuole imparare dai migliori, ma con quella tendenza giottesca a superare il maestro. Così si è comprato un Mesa Boogie MK1 degli anni Settanta (lo stesso modello che Chris Dixon aveva usato per registrare le chitarre di Dinosaur, nell’85) e, invece di ripassarsi il suo debut, ha deciso di scrivere un disco nuovo di zecca che suona praticamente identico, però con quarant’anni di storia del mixaggio sul groppone.
Ecco, sarei tentato di finire qui la recensione di There Near, scoppiarmi un sacchetto di popcorn e passare il resto della giornata come la versione slacker di Mosé, e cioè sdraiato comodo a guardare il nostro piccolo Mar Rosso indie che per l’ennesima volta si divide nelle solite due fazioni. Di qua gli ortodossi che non aspettavano altro, di là i compagni dell’innovazione pronti a gridare alla carenza di idee di un vecchio bacucco con i capelli bianchi e gli occhiali grossi. Da un lato i tipi che continuano a dire che i dischi post-reunion poco hanno aggiunto a quello che i tre già avevano dato al concetto di rock con le chitarre distorte male, dall’altro i loro parenti stretti, secondo cui quegli stessi dischi hanno confermato ancora una volta che le cose che fanno insieme alla fine si dimostrano sempre e comunque le migliori che sanno fare. All’angolo blu coloro che sostengono che Mascis non sarà mai capace di partorire roba d’ordinanza, all’angolo rosso quelli che lo accusano di scrivere sempre la stessa canzone (o, al massimo, le stesse due: una sbracata elettrica per i Dinos, un folketto sporcato di overdrive per i suoi dischi solisti).
Cosa certa è che There Near fa di un pregio il suo manifesto (e chi pensa sia poco scagli la prima pietra): non finge di essere qualcosa di diverso da quello che è, ovvero un disco dei Dinosaur Jr. registrato dai Dinosaur Jr. ad Amherst, Massachusetts, con il solo Ken Mauri alle tastiere come ospite esterno (non esattamente un featuring strategico per aprirsi nuovi mercati) e un amplificatore abbastanza vecchio da essersi fatto una propria opinione sull’intera discografia del gruppo. Come ogni disco dei Dinosaur Jr., oscilla tra momenti di urgenza chitarristica pura e passaggi leggermente più teneri e contemplativi che, manco a dirlo, recano la firma di Lou Barlow. Il tutto frutto di sessioni brevi e intense nel corso di un anno – particolare, questo, che si sente: gli undici pezzi in scaletta hanno quella qualità sincera, quasi scazzata, caratteristica della musica che non ha avuto abbastanza tempo di marinarsi nell’autocompiacimento.
Eppure, quanto ci piace ancora stare qui a discutere se questa roba ci ha rotto le palle perché ci sono troppi assoli o se non riusciamo a smettere di ascoltarla nonostante tutti quegli assoli?