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Chelsea Wolfe: The Dark

Chelsea Wolfe The Dark

Loma Vista Recordings / Universal Music Group
★★★ 3/5
Eddy Cilìa
| Lo leggi in 2 minuti

La sorella pacificata

C’era una volta Chelsea Wolfe (secondo nome Joy e a farlo apposta i genitori mai avrebbero potuto imporgliene uno più beffardo): nel suo ambito una importante, un’icona persino. C’era una volta Chelsea Wolfe, ma doveva essere la sorella problematica di questa. Che è oggi testimonial di un profumo. Che per la produzione del suo ottavo, nono o decimo lavoro in studio (dipende se si contano o no una prova giovanile disconosciuta dall’artista e una collaborazione con i Converge) sì è affidata a Jennifer Decilveo, curriculum chilometrico dove, fra qualche personalità di vari ambiti “alternative”, spiccano Miley Cyrus, Take That, Kylie Minogue, Angelique Kidjo, Andra Day. Che opta per una copertina che aiutami a dire “patinata” e “stereotipata”. Rivelatrice a suo modo, come non hanno mai mancato di esserlo le precedenti. Apokalypsis, Abyss, Birth of Violence trasmettevano un senso palpabile di inquietudine, di minaccia, avvisavano che trattavasi di uneasy listening e lasciate ogni speranza voi che entrate. Due anni fa, She Reaches Out to She Reaches Out to She alludeva che l’artefice stava attraversando una stagione di cambiamenti. Per quanto non virasse in direzione confessionale, o almeno non nella misura in cui poteva far sospettare l’artwork, risultava comunque il suo album nettamente più accessibile.

Qui per un verso si torna indietro: benché quasi in ogni brano sia presente assortita elettronica non la si nota granché e dominano chitarre, pianoforte, basso, batteria. Per un altro si compiono vari passi avanti. Avanti?

Fa ovviamente piacere che Wolfe sia andata alla pugna coi suoi demoni e ne sia uscita vittoriosa, liberata da dipendenze e relazioni altrettanto tossiche. Meno che in The Dark insceni un gotico americano ineditamente artefatto. Pronto per le grandi arene dovesse girar bene e puntano in tale direzione Cold e Halo, che senza un ritocco potrebbero infilarsi in una scaletta di Lana Del Rey, una Swallower anche trascinante ma che Robert Smith avrebbe tenuto buona al massimo come inedito da aggiungere a un singolo per ingolosire il fan terminale dei Cure, o Death Is Not the End (no, non è quella di Dylan), dal rarefatto al rombante, pretesto per una levata al cielo da parte di platee non più sparute non più di accendini ma di cellulari. Qualcosa per fortuna si stacca dal blandamente gradevole: fintanto che non si inturgidisce, una traccia omonima squisitamente folk; la ballata tendente al blues I’m Not There; Dancer in the Sky, che un arrangiamento di rimarchevole eleganza tiene sul lato giusto dell’epidermico.

chelsea wolfe 

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