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Bonobo: Distance in Static

Bonobo Distance in Static

Ninja Tune / Ninja Tune
★★★½ 3.5/5
Bizarre
| Lo leggi in 2 minuti

Non più downtempo, bensì eclettismo sfrenato

Ci fu un tempo in cui la cosiddetta musica a bassa battuta era la cosa più chic che si potesse ascoltare. Nella prima metà degli anni Novanta fu il trip hop; verso la fine dello stesso decennio questo si era trasformato in downtempo, diventandone un’espressione meno legata alle cadenze del rap e allargandone lo spettro sonoro.

È in quel periodo che Bonobo, il cui vero nome è Simon Green, da Los Angeles, fa il suo esordio (Animal Magic è del 2000), presentandosi come uno dei maggiori esponenti del suddetto downbeat. Ma, come sempre accade, un genere musicale non è eterno; anche il downtempo finisce con l’evolversi, diventando qualcosa di maggiormente contaminato, non limitandosi più a ballate elettroniche d’atmosfera. Quando lo stile comincia a incorporare elementi jazz, folk e soul, e ai campionamenti si affiancano strumenti veri, Bonobo è sempre in prima linea; riuscendo persino a creare un mix ancora più originale con i suoni della techno e della house, e pubblicando alcuni dischi assolutamente degni di essere ricordati (Black Sands, 2010, e The North Borders, 2013, si giocano la palma del migliore).

Ora, succede che dopo altri quindici anni anche questo mix estremo di stili diversi sia diventato consuetudine. L’eclettismo in elettronica è ormai una forma di conformismo e quindi anche a Bonobo succede quello che è successo, in parte, a gente come Nathan Fake o Floating Points: per volere dimostrare di saperci fare in qualsiasi ambito, perdono un’identità definita. Poi, per carità, non si può certo dire che Distance in Static sia mal fatto o povero di brani di rilievo; ci sono momenti musicalmente notevolissimi (la mia preferenza va al collage di suoni sconnessi che è Drift, alla bass music retronueva di ID700 e alla cavalcata techno alla Orbital di Uncasually) e la pletora di ospiti vocali è di tutto rispetto: da Arooj Aftab che illumina Fire on the Water a Nicole Miglis (Hundred Waters) su Talk to Me, da Joy Crookes e Aanya Martin, che ricamano melodie tenui rispettivamente su Always on Your Side e Can’t You See, a Nilüfer Yanya, che rappa sorniona sul breakbeat di Youth’s Fountain.

Insomma: certamente non un brutto album, ma un eccesso di ambizione ne accresce la disomogeneità stilistica, facendolo apprezzare solo se i singoli episodi sono presi singolarmente. 

bonobo 

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