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Bloc Party: Anatomy Of A Brief Romance

Bloc Party Anatomy Of A Brief Romance

Contagious / Virgin Music Group
★★★ 3/5
Max Zarucchi
| Lo leggi in 3 minuti

Non la resa che ci si poteva aspettare

Ci sono squadre di calcio destinate a rimanere (quasi) sempre in serie A, per mille motivi. Spirito di gruppo, la capacità di rinnovarsi e saper gestire le forze sul lungo periodo. Altre, invece, stanno più o meno a metà classifica: lo scudetto è un miraggio, ma insomma qualche coppa magari la si vince. I Bloc Party dei primi anni erano come queste ultime: lontani dalle vette compositive ed espressive (paracule o meno: anche lì ci va del talento) dei vari Muse o Coldplay, ma in grado di tanto in tanto di dare una bella zampata, un po' come i Killers. Poi qualcosa si è rotto, la band originaria si è sfaldata e  inevitabilmente è retrocessa in serie B. Ci riprova oggi, con Anatomy of a Brief Romance, poco meno di cinquanta minuti per quattordici canzoni.

Il vero punto debole dell'album, inaspettatamente, sono i testi e le relative interpretazioni di Kele Okereke. Se è vero che la disgregazione di una relazione amorosa fa soffrire a cinquanta come a vent'anni, il modo di raccontarla dovrebbe essere quantomeno diverso. Qui invece si cade spesso nel melodramma di bassa lega, che si perdona e anzi si può apprezzare quando viene da un ragazzo, meno quando al microfono c'è un uomo fatto e finito. Non tutti possono essere Robert Smith o Morrissey, diciamolo. Poco male, però, perché l'impalcatura musicale che sorregge questa sorta di concept stavolta è buona, a differenza degli ultimi lavori, benché rimangano dei punti di domanda. 

È un disco finto moderno, che non osa, (ri)suona e (ri)propone soluzioni note e stranote, creando quello strano equilibrio tra già sentito, comfort zone, talento, idee troppo grandi, piccoli colpi di genio e fastidio. Coming On Strong (mosaico fatto da Placebo, Blur, Muse e Valor Kand) o il basso così Black Market Music che si contrappone all'innocuo rap di Love Bombs? Il Britpop (seppure all'acqua di rose) di Pigwig, o roba melensa buona giusto per una reunion di una boyband (Muscleworks)? Brani che vorrebbero risultare "artistici" (Worst Birthday Ever) o Not Your Problem (che sembrano i Måneskin: se sia un bene o un male, sta alla sensibilità dell'ascoltatore)? Qualche slancio c'è, come nel banale ma irresistibile ritornello di Now We Can't Be Friends, eppure il tentativo di clonare Martin Gore in Rotherhithe riesce a metà, e alla bella innodia di Moving On si contrappone Eulogy, congedo da poco. Nonostante le ombre, è impossibile non notare un passo avanti rispetto al recente passato, perlomeno nelle intenzioni. Se non siamo certo di fronte ad un capolavoro, quantomeno si raggiunge la sufficienza piena e paiono lontani certi momenti stucchevoli e poco ispirati delle ultime uscite.

Non un Silent Alarm parte due, quindi (ma manco da lontano), però qualcosa di piacevole, seppur parzialmente, che non finirà negli album dell'anno ma nemmeno come sottobicchiere per la festicciola di Halloween. Pop, elettronica trendy quanto basta, rock leggero sullo sfondo sicuramente orecchiabile, ed ecco che la squadra può sperare in un ripescaggio a fine stagione per tornare in serie A. La concorrenza è spietata, si sa che i giovani sanno correre di più e meglio e i vecchi leoni hanno sempre lo stile. Ma sognare, in fondo, non costa nulla, no?

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