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Arab Strap: Half-told Tales

Arab Strap Half-told Tales

Rock Action Records / Redeye Distribution
★★★★ 4/5
Carlo Bordone
| Lo leggi in 3 minuti

L’implacabile pessimismo della ragione, il disperato ottimismo del cuore

Se si ascolta Half-told Tales (o qualunque altro disco degli Arab Strap) su una piattaforma streaming si vedrà che tre quarti dei brani hanno di fianco la “E” che sta per “explicit lyrics”. Da questo punto di vista non deludono mai, i nostri due amici di Falkirk. Soprattutto Aidan Moffatt, la cui barba diventa sempre più grigia e il girovita sempre più voluminoso di anno in anno, ma la cui compassata dizione scottish continua a sbatterci nelle orecchie cosa siamo diventati e cosa abbiamo rinunciato a essere, le nostre paure e il nostro bisogno di essere amati in qualche modo. Dice le cose come stanno nel linguaggio con cui vanno dette, Aidan, e se è “esplicito” non è per i fuck (che comunque sono disseminati con ammirevole dedizione: nella sola Ampersand se ne contano nove) ma perché è esplicitamente spiattellato tutto il grottesco di cui è fatta la realtà in cui viviamo. In un mondo nel quale scorrono quotidianamente sui nostri feed immagini di bambini fatti a pezzi sotto le macerie ma nei video on line vengono bippate e asteriscate le parolacce, avere uno sguardo così impietoso e onesto è più pericoloso e perturbante che limitarsi a profanities varie.

Le canzoni degli Arab Strap ricordano per certi versi quei montaggi stile “blob” in cui le immagini di disastri si alternano a quelle di normale quotidianità consumistica – medicine, supermercati, diete, schermate di smartphone – rendendo tutto da un lato iper-realistico, dall’altro disperante. Un trick che Moffat ha usato spesso, e che in questa fase matura della band (parliamo dei tre album usciti negli ultimi cinque anni, dopo la reunion con Malcolm Middleton) funziona in modo ancora più sinistro – ed efficace – che in passato. Non c’è argomento che non possa essere traslato poeticamente e utilizzato come sineddoche della condizione umana nell’era della crisi terminale dell’umanità. Dalla dipendenza da social al pericolo della manosfera spiegato al figlio («Nessuno mi ha insegnato a essere un uomo, ho dovuto sentire e trovare la mia strada, non ho letto libri e non ho un piano, tutto quello che posso fare è amarti e dirtelo», canta/declama Aidan in Be a Man), dalle patetiche strategie per non invecchiare (Glamour Magick, florilegio di liposuzioni, lifting scrotali e blefaroplastiche) allo sguardo sulla vecchia casa di famiglia messa in vendita e ristrutturata dagli attuali inquilini nella bellissima, straziante Under Offer. Persino l’aridità del linguaggio scientifico può servire a planare sulla fragilità dell’esistenza e dei sentimenti (Beats per Minute inizia con frasi come «un secondo è la durata di 9.992.631.770 cicli della frequenza di transizione iperfine dello stato fondamentale imperturbato dell'atomo di cesio-133” e si conclude con “abbiamo solo questo momento, ed è già passato»).

Musicalmente,  Half-told Tales è uno dei dischi più pieni e possenti nella storia degli Arab Strap, un rock che oscilla costantemente tra i prefissi “post” e “disco”, tra synth e chitarre, tra Slint e New Order. E alla fine il senso del titolo – o di tutto? – sta in una strofa di Fragments: «Morte e vita sono in potere della lingua, ma ora muoiono tutti così giovani, se ne vanno prima che il canto del cigno sia cantato, lasciando frammenti, abbozzi, storie raccontate a metà».

arab strap 

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