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Alabama Shakes: I Must Be Dreaming

Alabama Shakes I Must Be Dreaming

Alabama Shakes PS / Universal Music Group
★★★½ 3.5/5
Fabio Piccolino
| Lo leggi in 2 minuti

Si torna sempre dove si è stati bene

Dopo undici anni di inattività discografica, si potrebbe dire che gli Alabama Shakes non sono poi così cambiati: lo stile retrò, le influenze soul, jazz e blues, la voce magnetica e trascinante di Brittany Howard, insieme a tanti degli elementi che ne hanno determinato il successo, sono perfettamente riconoscibili anche in questo nuovo lavoro. Il tempo trascorso però ha inevitabilmente modificato il contesto e, di conseguenza, reso I Must Be Dreaming un frutto maturato all’ombra di una storia che ha preso direzioni diverse.

In mezzo, soprattutto, ci sono stati i due ottimi album pubblicati dalla sola Howard, Jaime nel 2019 e What Now nel 2024, che hanno raccontato lati ancora diversi della personalità della cantante, la quale, uscendo dalla comfort zone conquistata con l’affermazione della band, ha avuto il coraggio di sperimentare, incrementando il suo bagaglio di esperienze e crescendo ancora a livello artistico e personale. Fattori che hanno certamente influito positivamente nella composizione dei brani di I Must Be Dreaming, dandogli un respiro più ampio in termini musicali, ma allo stesso tempo mantenendo salda l’attitudine alla creazione di vere e proprie hit: Another Life e I Feel Hope Coming, in questo senso, rappresentano forse l’esempio più appropriato.  Ci sono canzoni immediate ed efficaci, come Friends, che volge lo sguardo al pop, o Easy, ballata delicata che racconta la semplicità dell’amore e delle piccole cose quotidiane. Oppure Time, uno degli episodi più riusciti, in cui si affronta ancora il tema delle relazioni umane e dove la magnifica interpretazione di Howard lega insieme l'atmosfera soul a un finale in crescendo che si muove verso la psichedelia. Elementi personali che si mettono a loro volta in relazione con una visione più ampia, politica, a cui il gruppo sceglie di non sottrarsi, fin dalla scelta del titolo, che gioca sul doppio binario del pubblico e del privato: un’incredulità declinata negativamente rispetto al vivere oggi nell’America di Trump, ma anche positivamente, se intesa come genuino stupore rispetto alle gioie dell’amore.

Una presa di posizione, quella politica, che vede il suo maggior compimento in American Dream, in cui si citano esplicitamente la Casa Bianca, le armi da fuoco, i salari bassi e le battaglie femministe, ma anche nell’apertura di Tea Time: « Se avessi un esercito/lo riporterei a casa», sono le prime parole che si ascoltano nel disco.

Il complesso funziona: produzione, arrangiamenti, qualità delle composizioni ci sono. A mancare semmai è qualcosa che faccia girare la testa, colpisca veramente a fondo e offra uno slancio di vera novità. Una volta prese le misure, si corre il rischio di annoiarsi un po’.

alabama shakes 

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