Sempre “on fire”, ma con giudizio
Nell’irreversibile processo di invecchiamento del rock – proprio nel senso anagrafico di chi lo suona, prima ancora che come forma d’arte non più in grado di agire sull’immaginario – c’è un aspetto comunque interessante e per certi versi molto contemporaneo. Ha a che fare con il modo in cui musicisti che hanno scavallato i sessant’anni (stando bassi) adattano stile, poetica, attitudine, impeto o grazia a ciò che sono oggi. Un fenomeno non paragonabile a ciò che accadeva ai loro omologhi di venti o trent’anni fa, che avevano più senso dello show business (ehi, chi ha citato i Rolling Stones?) e quindi si limitavano a indossare la loro maschera, con giusto un po’ di lifting sotto e una pastiglia per le articolazioni dopo i pasti. A gente come – per dire – Greg Dulli e a tanti altri suoi coetanei siamo disposti a riconoscere più credibilità e trasparenza nel raccontarsi alla fine della loro mezza età. Forse perché è stimolante osservare il contrasto con l’angst giovanile di chi fa parte di una generazione per la quale “crescere” non era un'opzione, forse semplicemente perché la maggioranza di noi che il rock ancora lo ascoltiamo (e ne scriviamo) stiamo invecchiando con loro e quindi possiamo ritrovarci nelle canzoni.
Questo nuovo album degli Afghan Whigs, decimo in totale e quarto dopo la fine dello iato di sedici anni seguito a 1965, sotto questo profilo è un caso di studio da manuale. L’energia, l’accumulo progressivo di tensione, i climax verso cui tendono i brani come in un ottovolante che sale, sale, sale e poi precipita giù, sono quelli di sempre. Così come la ricerca del groove a scapito di frasi melodiche memorabili, perché i Whigs sono sempre stati più coinvolgenti che catchy. Ma allo stesso tempo è come se dall’altro lato ci fosse un bisogno di rallentare, di riflettere e di respirare impostato sui tempi medi della ballata (almeno tre esemplari di pregio in scaletta: Duvateen, The Deepest Part of the Darkest Shadow e Memphis, Texas). Identico discorso per i testi. Greg continua a essere il maschio alfa che tutti vorremmo e dovremmo essere, ma oggi la lussuria e l’autoflagellazione sono temperate dall’ironia dei saggi e da una benvenuta predisposizione a ritrovare in quel soul tanto amato (le chiamate-e-risposta di Jungle Roux come sempre parlano chiaro) non solo carnalità e stordimento, ma anche una parvenza di ottimismo e di redenzione. Nella citata Duvanteen canta “per fortuna sto diventando quello che sento” e poco più in là gioca con il suo vecchio sé, gigioneggiando a proposito di “voglio una sigaretta, scopami due volte, sto masticando Nicorette”.
E quindi sì: è sempre Dulli, sono sempre gli Afghan Whigs, ma con quella maturità espressiva che li salva dal diventare macchiette, per consegnarceli invece come naviganti coraggiosi in esplorazione di una nuova fase della vita.