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Yard Act: You’re Gonna Need A Little Music

Yard Act You’re Gonna Need A Little Music

Universal-Island Records Ltd. / Universal Music Group
★★★★ 4/5
Giancarlo Turra
| Lo leggi in 2 minuti

Da Leeds con furore (e classe)

Nell’arena pop britannica ci sono band che si trasformano in comunicatori sociali e portano con sé il respiro dei tempi mentre se ne collocano al di fuori. È l’attimo in cui l’attualità sfocia nell’universale incarnando un anello della catena d’oro che si rigenera di continuo dai Kinks al Brexit-Pop, e siccome tempi duri comportano scelte severe da qualche annetto Albione graffia e scalcia offrendo meccanismi a orologeria che rivitalizzano le sinapsi. Quando pensi al giusto mezzo tra arguzia e frusta viene subito in mente Mark E. Smith, vivo più che mai e non potrebbe darsi altrimenti con questa realtà da affrontare. Meno male che qualcuno lo tratta da punto di partenza come gli Yard Act, che esordivano nel 2022 con The Overload e un clamore giustificato da sonorità post-punk sintonizzate sull’attualità e da una lucidissima vis polemica, sgranata dal frontman James – a proposito: di cognome fa Smith, manco fosse un segno del destino – cucendo efficaci rap da pub e melodie vincenti.

Due annetti e Where’s My Utopia? approdava a un’idea ispida dei Gorillaz, conservando l’anima avant-pop impegnata, umanista e concreta di chi sa che da William Hogarth agli Sleaford Mods è il mezzo che cambia, mai il fine. Sta lì, in fondo, il senso ultimo di un frullato di spigoli orecchiabili, umorismo militante e consapevolezza da intellettuale proletario che apprezzi in pieno prestando attenzione alle parole. Che, com'è noto, sono importanti e, restando oltremanica, è annotazione che vale anche per un Billy Bragg che quarant’anni fa esponeva la teoria del “difficile terzo album”, fatidico ostacolo che i ragazzi di Leeds superano sterzando ancora con un lavoro inciso nel loro studio in presa diretta e completato in California con Justin Meldal-Johnsen, già al fianco di Beck.

Avendo due predecessori ai quali rispondere, l’esito fonde l’umore beffardo del debutto (eloquente al riguardo la copertina…) con le policromie di Where’s My Utopia? in qualcosa di diverso dalla somma degli elementi: qualcosa che, confermando talento e personalità, è tagliente e minaccioso (Redeemer, una Empty Pledges da Nick Cave maturo), fa rimare danza e militanza (Fiction, una title track che invoca il remix), immerge i Blur nel vetriolo dei Fall tramite gli Arctic Monkeys (Over the Barrel, Cherophobe Rock, Thrill of the Chase), medita tenendosi stretto il groove (Janey Said), rivernicia Ray Davies omaggiando gli XTC (Tall Tales, Talky Talky People) e per l’appunto Beck (New Beginnings). Tre tiri in porta, tre gol da fuoriclasse. Complimenti, hip priests.

yard act 

A proposito:

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