L’anti-breakup album
Parafrasando il saggio, potremmo dire che l’amore vero sta nascosto dove nessuno potrà mai trovarlo, ovvero nella seconda pagina dei risultati di Google.
Digitando "Suki Waterhouse album review", infatti, esce come primo suggerimento un link a Vogue, mica a Pitchfork. Fair enough, direbbero i naviganti navigati. D’altra parte, sono ormai un po’ di anni che Internet fatica a decidere se la ragazza è qualcuno che fa musica o qualcuno da fotografare accanto a qualcuno che fa musica. Ecco, Loveland (nemmeno troppo) sommessamente suggerisce che, a questo punto della storia, quella è la domanda sbagliata. Ma facciamo un passo indietro.
La musica pop ha sempre preferito il romanticismo nella sua forma più disfunzionale. Florence Welch a suo tempo ha sintetizzato il concetto in due versi, ma in generale diciamo che un cuore spezzato ha addetti al marketing più creativi della banale felicità. Lo struggimento si racconta da solo. Il tradimento ha già il ritornello pronto. Nel frattempo, milioni di coppie appagate si godono la sfortunata abitudine di dividersi mutui, buttar giù liste della spesa, dimenticarsi anniversari e giocare a morra cinese per decidere a chi tocca svuotare la lavastoviglie.
Suki Waterhouse prende posto in quella terra di nessuno e accetta la sfida. Loveland, infatti, non è interessato al vertiginoso primo atto dell’amore, ma a tutto ciò che segue quel momento in cui le farfalle si sono adagiate quiete sul fondo dello stomaco: routine, compromessi, consuetudini condivise e sbagli ricorrenti. Crescere non ci fa smettere di farli, ci aiuta solo a diventare più bravi a riconoscerne il pattern, con la nostra firma in calce. O come minimo dovrebbe.
Musicalmente, l'album non fa che seguire la stessa strada verso la consapevolezza di sé. Senza rincorrere nostalgie synth-rock o intimismi acustici, si siede comodo su un divano di pop eclettico ed elegante, spaziando su una vasta tavolozza di colori pur stando attento a non rimanerci intrappolato dentro. O perlomeno a non macchiarsi troppo le mani.
La presenza di nomi come Aaron Dessner (che sottopone un paio di pezzi a un trattamento folkloristico simile a quello già riservato a Taylor Swift) e Mick Fleetwood (che si presenta direttamente in sala di registrazione come special guest invece che come celebrity invitata gratis al buffet della première del disco) avrebbe dovuto almeno destare qualche sospetto riguardo a quanto il dibattito suonasse già abbastanza irrilevante e pretestuoso in partenza. In ogni caso – ce ne fosse ancora bisogno – Loveland ci presenta un’artista che non è (più) solo una fashion icon o un’attricetta minore con il ghiribizzo di cantare. Alla faccia della SEO, oggi, Suki Waterhouse risulta a tutti gli effetti più interessante da ascoltare che da guardare. O da ricercare.