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Muse: The Wow! Signal

Muse The Wow! Signal

Warner Records
★★★½ 3.5/5
Max Zarucchi
| Lo leggi in 2 minuti

I Muse fanno il punto? I Muse fanno un punto

Se nel calcio vincere una partita equivale a tre punti e pareggiare ne porta uno, ecco che i Muse guadagnano il loro punticino, facendo però anche il punto. Sia subito chiaro: passate le prime perplessità, The Wow! Signal pur non brillando nella loro discografia è un ottimo album. Sembra quasi che Matt Bellamy e soci si trovino in un momento di stallo, che però serve a riassumere trentaquattro anni di carriera (e ventotto di pubblicazioni) in vista – si presume – di una nuova era. Ecco allora echi di Showbiz in Cryogen, sentori di Black Holes and Revelations in Be with You, tracce degli esordi in cui mischiavano riff metal, tastiere e melodie mediorientali in The Dark Forest, un paio di contentini per le radio (la trasparente Nightshift Superstar e soprattutto la collaborazione, inutile ma furba a livello di marketing, con Ellie Goulding in Hush), ballate commoventi ed epiche come Shimmering Scars e Space Debris, prog moderno multisfaccettato in Hexagons, scapocciate assicurate per Unravelling e, soprattutto, la complessa The Sickness in You & I.

Il tutto è avvolto in un concept riguardante il Segnale Wow!, un misterioso impulso radio spaziale intercettato nel 1977 che ha fatto la gioia dei rotocalchi e siti di sci-fi negli ultimi cinquant'anni. La ricerca di risposte al vuoto, la disintegrazione delle certezze dell'individuo e la morsa ultima della solitudine sono il parallelo che Matt usa per raccontare anche di sé, nello specifico del suo recente, ennesimo divorzio. Mainstream quanto basta, paraculo il giusto, registrato e prodotto magistralmente, il disco può essere visto come un mezzo passo falso solo tenendo conto delle potenzialità che i Nostri sono riusciti a esprimere durante l'intera loro carriera. Perché, nonostante manchino i pezzoni, il lavoro mostra una coesione nel suo essere estremamente eterogeneo che lo rende (storytelling incluso) davvero valido.

Niente hit, quindi, ma ascoltando più volte si rimane rapiti dai dettagli, da scelte stilistiche che contraddistinguono ogni uscita e hanno reso la band uno dei nomi trasversali di maggior successo di sempre. Un po'come i Queen, di cui i Muse sono a conti fatti gli unici veri eredi. Perché, quando oltre ad avere grandi canzoni riesci a rendere bello un momento di stallo creativo, significa che di carne al fuoco ce n'è parecchia. Volenti o nolenti, rimangono l'unica band rock (nel senso più nobile e ampio del termine) da stadio che potrebbe avere ancora qualcosa da dire in futuro. E se dischi come questo sono, per loro, da pareggio, per molti colleghi sarebbero il fiore all'occhiello, tanto è il talento dei tre. Promossi? Magari non a pieni voti, ma assolutamente sì. 

muse 

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