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Motionless In White: Decades

Motionless In White Decades

Roadrunner Records / Warner Music Group
★★★ 3/5
Max Zarucchi
| Lo leggi in 2 minuti

Quando sei in corsia di sorpasso ma si accende la spia della benzina

La cosa che turba il metallaro che ha scavallato gli "anta" da un po'e ancora porta su di sé le cicatrici del trauma inferto dal Black Album è una cognizione del tempo completamente falsata rispetto alla realtà. Per lui, roba come il nu metal o il metalcore sono cose da ragazzini: peccato che, ormai, i suddetti generi abbiano trent'anni o poco meno sul groppone. Ecco allora che il peso della vecchiaia presenta il conto sotto forma di un nuovo album dei Motionless In White, i quali festeggiano ventun anni di attività. La band della Pennsylvania resta una delle punte di diamante di un genere (il metalcore, appunto) che ha fatto storcere il naso ai puristi tanto quanto ha fatto pogare i fan sfegatati. Che poi il loro sound si sia mescolato con mille altre influenze, poco importa: le radici, bene o male, rimangono quelle.

Sono le stesse, pur se infinitamente edulcorate, che ritroviamo in Decades, che un po'fa il punto della situazione. Chris Cerulli (classe 1986, unico membro originale rimasto) e soci pescano qua e là nella loro storia, cercando di confezionare un prodotto (due termini scelti non a caso) che rappresenti il compendio del loro stile e, parallelamente, qualcosa che accontenti tutti, dal fan storico all'ascoltatore casuale e superficiale che sembra essere il target di questa uscita. Di conseguenza, il settimo lavoro del gruppo non traccia nessuna nuova linea, ma si limita a ricalcare (bene, lo si dica) solchi già scavati: ecco allora le ospitate di lusso (Playing God, con Corey Taylor degli Slipknot), gli scivoloni nel pop voluti e adorati dalle radio americane (Love at First Bite, R.I.P., Count Back from Zero), le sberle nu metal (Fight Like Hell), le incursioni nell'industrial electro meno abrasivo (Blood Rave) e, ovviamente, il metalcore (Afraid of the Dark, peraltro una delle cose migliori). Inutile come un ventilatore in Alaska, invece, l'incursione nella new wave della cover di Sunglasses at Night di Corey Hart.

Le aspettative erano alte, le promesse pure, ma non è questo il disco che cambierà le carte in tavola: chi amava i MIW continuerà a farlo, chi non se li filava non troverà motivi per cambiare idea. In conclusione, il lavoro consolida quanto fatto in precedenza, ma forse per la prima volta odora di già sentito, benché prodotto (e ridagli...) in maniera impeccabile. Un album discreto che difficilmente finirà in un'ipotetica classifica dei diecimila dischi da ascoltare nella vita, è godibile e potrebbe tenervi compagnia per l'estate, ma è molto probabile che entro l'autunno inizierà a prendere polvere, e senza troppi rimpianti.

motionless in white 

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