Scusate il ritardo.
Non è mai troppo tardi, come insegnava una preistorica trasmissione della Rai. Se uno con la storia di Lenny Kaye decide che a quasi ottant'anni è finalmente arrivato il momento di pubblicare un album a proprio nome, evidentemente è giusto così. Rispetto al record di Marshall Allen della Arkestra (primo disco “solo” a cent'anni compiuti) il buon Lenny è ancora un ragazzino. Cosa che in effetti abbiamo sempre sospettato: nonostante la carta di identità e la criniera imbiancata, il chitarrista del New Jersey anche in età matura emana un’aura di positività e di ottimismo che non si può definire altro che… giovane. Essendo tuttavia una persona seria, in questo (ehm) esordio non cerca di entrare in vestiti che gli andavano bene cinquant’anni fa. Goin’ Local (titolo che ribadisce l’importanza del guardare alla propria scena, di ripartire dal basso e da ciò che ci è più vicino: gli vogliamo bene anche per questa attitudine) è inevitabilmente un lavoro meditativo, ricco di memorie e riflessioni sul tempo che passa senza che per questo si calchi troppo la mano sulla malinconia e il senso di mortalità.
In una recente intervista, Kaye si è definito uno con l’anima del “curatore”. E no, non intendeva Nuggets (per cui gli saremo tutti grati in eterno), ma proprio l’atto di avere cura di qualcuno o qualcosa, che si tratti di amori, amici, luoghi, ricordi, oggetti. Non sorprende, peraltro, in uno che per più di mezzo secolo si è sentito pienamente realizzato come fido scudiero, collaboratore e consigliere di un’altra artista. La musica si adatta alle tematiche dei testi, adagiandosi per tre quarti della scaletta in atmosfere acustiche e pensose che – lo diciamo onestamente e con tutto il dovuto rispetto per l’uomo – non accendono troppo la fantasia.
Brani come Let’s Make a Memory, Be That As It May (May Day), il folk dai toni più irlandesi che americani di If I Were You, World Book Night, Poppy, il Tom Petty scarno di Pennsylvania Girls sono dignitosi ma un po’ troppo simili tra loro e non esattamente una botta di vita. La voce monocorde e flebile, in questo senso, sicuramente non aiuta. Così come poco significativo è il contributo compositivo di sorella Patti in Solstice, pezzo più debole del lotto. Sicuramente meglio gli episodi nei quali si scorge un piglio più rock’n’roll: la title track, annunciata da un riffaccio alla Stones (Can You Hear Me Knocking, per essere precisi), il folk-rock The Things You Leave Behind, l’assolo vagamente Tom Verlaine-style di A Friend Like You. Qui si ritrova, in effetti, quel mood da dirty boulevard newyorkese che ci si sarebbe aspettati da uno chiamato Lenny Kaye. Nel complesso, un album di ascolto piacevole ma con poche scosse. In fondo il ragazzo è al suo primo album, crescerà.