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Jack White: Frozen Charlotte

Jack White Frozen Charlotte

Third Man Records / Secretly Distribution
★★★★ 4/5
Eddy Cilìa
| Lo leggi in 2 minuti

Una Rock and Roll Hall of Fame in carne e ossa e riff

Vero che il riconoscimento gli è stato concesso per quanto fatto con i White Stripes e nondimeno l’introduzione nel 2025 nella Rock and Roll Hall of Fame di Jack White ha costituito per la museale istituzione un evento raro: veniva accolto come socio un artista allora “solo” cinquantenne e in piena attività. Se è possibile e anzi probabile che abbia già dato il meglio di sé non lo è di meno che possa regalarci ancora tanto di buono e persino di ottimo. Si rilassi chi da quando nel 2011 veniva ufficializzato lo scioglimento del sodalizio con Meg attende che sbagli un disco. Non accadeva con “a latere” forse ormai da consegnare agli archivi quali Dead Weather e Raconteurs, non è successo con la teoria di lavori in proprio inaugurata nel 2012 con Blunderbuss. Giusto su Boarding House Reach, nel 2018, non si raggiungeva una unanimità di consensi, ma i pochi che lo bocciarono lo fecero riconoscendo all’autore di aver provato a non essere “il solito Jack White”. Nel coro di elogi che sta salutando Frozen Charlotte chi è tiepido (sparuta minoranza) lo fa rimproverandolo di essere “il solito Jack White”. E dunque?

Dunque ciò che abbiamo è parente prossimo di un predecessore riguardo al quale, esauritosi il chiacchiericcio indotto dalle modalità di pubblicazione, in molti parlavano di “grande ritorno”. Bizzarro. Quand’è precisamente che se n’era andato l’artefice?

A differenziare le due ultime prove del Nostro è un dettaglio: una produzione qui nel solco di un sound più pre- che post-’77. Più classico. Confermata la sezione ritmica, Dominic Davis al basso e Patrick Keeler alla batteria, la novità sono le tastiere di Bobby Emmett, sugli scudi in una Derecho Demonico fra Black Widow e Funkadelic e in un Neighbors Blues cui donano accenti moderatamente prog. Massiccia, da Beastie Boys primevi, G.O.D. and the Broken Ribs raccoglie il testimone da No Name prima che l’album cominci a collezionare canzoni che in mano ad altri rischierebbero il cliché, declinate da Jack White inducono divertimento ed eccitazione: sfacciatamente zeppelliniana (come più avanti Nobody Knows), There’s Nobody There anticipa i Free apocrifi di Rising the Grain che a loro volta fanno da apripista ai Cream di You’ll Never Fix Me; se il lurido boogie Dollar Bill rimanda agli ZZ Top, All Alone Again ha tratti hendrixiani, She’s in a Frenzy sono i Black Crowes a lezione dagli Spiders from Mars, Making Contact è hard ai confini del metal. Più che un membro della Rock and Roll Hall of Fame, Jack White è una Rock and Roll Hall of Fame in carne e ossa e riff.

jack white 

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