La ripartenza delle gemelle diverse
Gemelle diverse le parigine Lisa-Kaindé e Naomi Diaz. Sempre stato così, dacché la prima adorava studiare mentre la seconda coltivava la ribellione. Da quando una ascoltava Billie Holiday e Nina Simone, l’altra i Roots ed Erykah Badu. Oltre al padre, il percussionista cubano Anga Diaz, noto per avere collaborato con il Buena Vista Social Club e che amara ironia, avendo derivato la sua fama principalmente dall’incontro con quella banda di irresistibili vecchietti, che un infarto se lo portasse via quarantacinquenne. Era il 2006, le figlie minori avevano undici anni e cominciavano allora a suonare, Lisa il piano, Naomi le percussioni. In yoruba, idioma africano una cui variante caraibica, il lucumi, è la lingua della santeria, “ibeyi” indica lo spirito divino condiviso fra gemelli ed era così che battezzavano il duo che formavano. Un’altra tragedia, la morte nel 2013 della sorella maggiore Yanira, ne focalizzava l’ispirazione per l’omonimo debutto, due anni dopo, per descrivere il quale più di un recensore ricorreva a un’etichetta inaudita: doom soul.
Disco acclamato per il suo mettere assieme primitivismo e modernità, errebì e downtempo, spiritual e jazz, Africa e altre assortite influenze etniche, Ibeyi tuttavia non realizzava che in parte un potenziale sulla carta enorme. Ci andava più vicino nel 2017 Ash, fondendo la cerebralità di Björk con la visceralità di Neneh Cherry, ricavando un posto fra Manu Chao e Peter Gabriel a una Joni Mitchell accasata nella Graceland di Paul Simon. Atteso cinque anni, Spell 31 offrirà replica eccessivamente conforme, facendosi ricordare più che altro per una cover sorprendente per scelta e riuscita: Rise Above dei Black Flag. Con il senno del poi, che si congedasse con una canzone chiamata Los muertos avrebbe dovuto far capire che una fase artistica ed esistenziale era giunta a esaurimento.
Offering è una ripartenza. Primo album indipendente dopo tre su XL tutti con Richard Russell al mixer, sostituito da una pletora di produttori che si dividono dodici canzoni che sommate totalizzano mezzora scarsa (ma questa non è una novità: le ragazze hanno sempre optato per la concisione). Primo interamente autografo (domina Lisa). Primo in cui di fatto non toccano i loro strumenti e si concentrano (spiace il ricorso all’autotune, ma nemmeno quello è una novità) sulle voci, per essere un album così breve e scarno risulta eccezionalmente denso, beat intricati quanto le melodie, un calibrato ricorso alla distorsione – esemplare Moshpit – a distanziarlo dalla banalità di troppo modern soul. Spiccano alla lunga da un fluire ingannevolmente uniforme la danzabile Aset, le romantiche La tendresse d’un mot e I Know You Loved Me, una tambureggiante Hurry Hurry, una Lucky innervata – unica – di chitarre acustiche.