E al diavolo la terza età
La cosa che più dovrebbe stupire ascoltando il ventiquattresimo lavoro in studio dei Deep Purple è, banalmente, che esista. Cinquantotto anni di carriera non sono pochi e, se è vero che l'unico membro presente senza interruzioni fin dal debutto è Ian Paice (ma Gillan e Glover sono entrati l'anno successivo, poi scappati ma anche tornati presto all'ovile...), è altresì assodato che il loro sound ha attraversato non solo tutti i cambi di formazione (siamo alla Mark IX ormai), ma anche mode, tendenze, generazioni, rimanendo bene o male fedele a sé stesso. Il fatto di trovarsi tra le mani il quarto album in sei anni è la dimostrazione di quanto la band, almeno a livello creativo, non sembri dare segni di cedimento: potrebbero riposare sugli allori e invece continuano, e bene, a mettersi in gioco.
Ora: aspettarsi un capolavoro alla Machine Head o Burn sarebbe insensato. Ma trovarsi di fronte a un disco coinvolgente, che gira come si deve, composto e suonato in maniera impeccabile, fa capire che c'è modo e modo di invecchiare. Pur vero che l'ugola di Gillan appartiene a un ottantenne, ma dove mancano spinta e brillantezza ci sono mestiere ed espressività a sopperire. Nulla da eccepire sulla produzione di Bob Ezrin, con gli strumenti ben separati e asciutti quanto basta per schivare il pericolo di plasticosità moderna. Sembrano risultati di vere e proprie jam in studio, come non se ne fanno più: il piglio è dunque, nei limiti del possibile, prossimo a quello che i Nostri facevano negli anni Settanta, ma con un approccio più diretto. Sezione ritmica fantasiosa al servizio della canzone (le rocciose My New Movie e Arrogant Boy, tra le migliori del lotto), linee vocali evocative e ispirate (The Rider, la crepuscolare The Beating of Wings), scambi di assoli di alta classe (The Only Horse in Town, l'ammiccante Third Call, Jessica's Bra), retrogusto jazz (Guilt Trippin'), tripudio di tastiere (la quasi apocalittica Sacred Land e Scriblin' Gib'rish) e pezzi magari un po'da pilota automatico (Diablo, la title track, The Lunatic), però di un veicolo di gran classe.
I Deep Purple hanno confezionato un lavoro godibile, bello senza essere per forza un nuovo classico e con limiti innegabili giustificati dall'anagrafe. I brani sono snelli, coinvolgenti, ben suonati. Gli scambi tra Don Airey (che continua a ricoprire perfettamente il ruolo del leggendario Jon Lord) e Simon McBride (chitarrista magari non geniale ma assolutamente all'altezza per gusto, tecnica, intuito) sono un piacere per le orecchie che non scade nell'autocompiacimento. In generale, il gruppo suona come un'unità: dovrebbe essere sempre così, no? Tenendo conto di tutto: un album ottimo? No. Distinto? Quasi. Buono? Sicuramente. Gli artifici si divertono e fanno divertire: tanta roba, dopo quasi sessant'anni..