Crescere in pubblico, con tutto quello che ne consegue
Se dobbiamo prestare fede alle dichiarazioni, il sistema neurologico di Charlotte Emma Aitchison in arte Charli XCX è interessato dalla cromestesia, un sottotipo della sinestesia che permette di associare automaticamente tra loro suoni e colori e che condivide con Kandinsky, Van Gogh, Leonard Bernstein e Duke Ellington. Nello specifico, la trenta-e-qualcosa di Cambridge sostiene di preferire la musica nera, viola, rosa o rossa. Non è quindi un caso – né un vezzo, e nemmeno la velleità di sdoganarsi presso un pubblico diverso – che a simboleggiare/richiamare il titolo del nuovo album sistemi in copertina icone variamente pop(olari) come John Cale, Marc Jacobs e Martin Scorsese.
Icone come lei stessa è diventata: lei che, lo sguardo che ti trapassa fissando un punto remoto, mette in scena una svolta e intreccia musica, moda e cinema cantando da subito che “il dancefloor è morto e adesso facciamo rock”. Eccoci catapultati dentro una di quelle sciarade che il pop allestisce giocando con forma e sostanza, finché i rispettivi confini non spariscono e noi restiamo a ragionarci su. Nel caso specifico, a riflettere su un'idea di rock che, se non ci si ferma alle chitarrone sature e a un'effettistica spesso ridondante, viene trattata come un bagaglio più attitudinale che estetico.
A conti fatti, si tratta di una fonte dalla quale Charli XCX trae spinta, energia e idee per sottrarsi all’immagine che l'ha resa una stella e però, a lungo andare, può rivelarsi una gabbia. Dorata finché si vuole, ma pur sempre una gabbia. Meglio accantonare il recente passato, allora, e proporre l’attuale versione di sé come facciamo anche noi ogni giorno, in una vita sociale che – guarda caso – è soprattutto performance. Con la differenza che la ragazza si muove dentro la vetrina dello showbiz e perciò gioca in modo smaccato quando affronta tematiche di peso (esistenza e creatività, apparenza e identità), provando a non essere banale, e recapita un breve album di pop (im)puro per certa gente di oggi.
Qualcosa che, nonostante sia stato lucidato a dovere dall'autrice con A.G. Cook e Finn Keane mescolando suoni organici e sintetici, evapora all’istante in una smaltata chiassosità. Un po'dispiace, alla luce di episodi non disprezzabili quali una spigolosa I'm Afraid, la conclusiva, malinconica e dilatata No One Lasts Forever (ospite David Cronenberg, alle prese con un recitativo) e la pop-wave dal retrogusto anni Ottanta di Magic Metal Montana. Ciò detto, applaudiamo il coraggio e il desiderio di mostrarsi adulta, sempre e comunque a modo suo e cioè tracciando una linea netta che divide fan e detrattori. A voi decidere se ascoltare e ragionare o passare oltre. Nel frattempo, statene certi, Charlotte starà già trafficando con nuovi colori.