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Beth Orton: The Ground Above

Beth Orton The Ground Above

Partisan Records / Virgin Music Group
★★★★½ 4.5/5
Carlo Bordone
| Lo leggi in 3 minuti

Le crepe da cui entra la luce

Se c’è un aspetto che fin dagli esordi ha distinto Beth Orton dalle tante cantautrici che hanno cominciato con lei o sono venute dopo, è la voce. Non perché sia particolarmente potente (non lo è mai stata, tantomeno ora) né troppo ossequiosa delle regole del “bel canto”. La sua forza, ed è un paradosso solo apparente, sta nella fragilità esposta. Con gli anni la modulazione si è fatta sempre più sofferente, il fraseggio sempre più particolare. Le parole sembrano a volte morirle sulle labbra o volare via senza la possibilità di catturarle. Questo perché le accelera, cambia loro gli accenti, a tratti sembra quasi tagliarle e smozzicarle. Come se ciò che canta fosse perennemente frutto di un retropensiero, oppure al contrario, perché i sentimenti da esprimere sono troppi e il bisogno di dire prevale sull’ordine e le belle forme.

Comunque sia, in quella voce meravigliosamente vulnerabile si individuano in egual misura dolore, malinconia e speranza. Forse mai come in questo suo nono album, come il precedente e pregevole Weather Alive realizzato in autonomia e prodotto da lei stessa. Trent’anni dopo i fasti di Trailer Park non è più il caso di usare categorie di altri tempi come “folktronica” o sciocchezze simili. Colei che era stata la Joni Mitchell o la Laura Nyro della generazione degli Andy Weatherall, William Orbit e Chemical Brothers oggi è una donna matura, che riflette su ciò che ha amato e ciò che ha perduto, sulle sue paure e le sue aspettative di una serenità che – chissà – forse è dietro l’angolo. E lo fa sull’onda di una musica elegante e austera, dove i beat si mescolano con pianoforte e chitarra (più il primo che la seconda), trombe e flauti, Fender Rhodes e marimba. I collaboratori adesso si chiamano Shahzad Ismaily (ormai un’anima gemella, artisticamente), Tom Skinner (cortesia degli Smile), Tom Herbert, Mauro Refosco, Adrian Utley dei Portishead (suo l’assolo di chitarra al termine della magnifica Cigarette Curls), ma l’intensità è la stessa dei bei tempi. Persino superiore, perché in mezzo è passata la vita.

Se un brano istantaneamente orecchiabile come Waiting riporta ai momenti più distesi di Central Reservation, in gran parte del disco troviamo una compostezza jazzy che talvolta rimanda a John Martyn (che Beth interpretò nei suoi lontani inizi), in altri addirittura a Mark Hollis (la desolata e ritmicamente nervosa title track). Ma la personalità dell’artista è troppo forte per stare qui a sprecare battute in paragoni. Ce la immaginiamo, nella sua veste bianca in copertina, camminare “lì dove la palude incontrerà la marea”, come canta in Celestial Light. La stessa canzone in cui ammette di “non aver mai potuto passare la notte senza essere stata prima baciata da una luce celestiale”. Lo stesso concetto ritorna nella coda esuberante, euforica e finalmente ottimista di Otherside, una delle cose più belle e commoventi mai scritte dalla Orton. Qualcosa a metà tra un gospel e una Hey Jude con al posto dei "nah-nah-nah” la frase “dimmi, dimmi che ce l’hai fatta a passare la notte”. Ci stiamo provando tutti, Beth. E voci come la tua sono un conforto irrinunciabile.

beth orton 

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