Alta fedeltà, successo incerto
Chiaro che se vieni su dividendo camera tua con lo studio di registrazione domestico di papà non puoi che avere la musica nel destino. Con tutti i “pro” e i “contro” dell’essere figlia d’arte, ma era evidente da subito – da un semiclandestino mini datato 2016, acerbo quanto concettualmente interessante per il suo presentarsi come progetto multimediale – che la ragazza aveva una marcia in più rispetto al genitore. Povero Grand Daddy I.U.: rapper stiloso, produttore di buone capacità ma in definitiva talento da categorie inferiori che viveva la sua stagione migliore (spietatamente sfruttato, pare) all’ombra del ben più noto Biz Markie. Come il mentore e padrone non diventerà vecchio. Moriva, cinquantaquattrenne, nel 2022, stesso anno in cui la ragazza svoltava discograficamente, dopo tre uscite su fantomatica Elevated, firmando per la Big Dada e suscitando ovazioni (si faceva notare uno squillante 8.6 per Pitchfork) con Remember Your North Star. Lavoro della maturità, a trentadue anni, ma anche il primo a farle assaporare davvero le luci della ribalta e lei stessa lo ritiene un secondo esordio. Per certo ne divide in due la parabola.
Quarto o settimo album per Yaya Bey, a Fidelity toccava sulla carta segnare un nuovo e al pari decisivo cambio di passo. Si trattava di mettersi alle spalle l’ombra luttuosa che nel 2024 si allungava su Ten Fold e nel 2025 ancora lambiva Do It Afraid, qualche mese fa in innumerevoli playlist. E di farne decollare commercialmente la carriera. Presto, a giorni dalla pubblicazione, per dirlo e però, preso atto che il disco già va collezionando come i predecessori ottime recensioni, la seconda missione si direbbe difficile, incerto il pronostico.
Che quella che si ascolta, spesso accompagnata da altre, nelle sedici tracce (alcune molto brevi avrebbero beneficiato di un più esteso sviluppo) che sfilano in scarsi tre quarti d’ora sia una delle voci più personali e persuasive (da qualche parte fra Gladys Knight, Sade e Mary J. Blige) del soul odierno non è in discussione. Né lo sono le sue doti autorali e – nell’ambito una rarità assoluta: questa la vera eredità di Grand Daddy I.U. – di produttrice. Fidelity suona benissimo e regala melodie insidiose e intarsi di classe (splendida ballata permeata di jazz, The Great Migration può esserne eletta ad apice e sinossi). Scorre fluidamente, mantiene desta l’attenzione e però gli manca il pezzo che ti inchioda dai primi secondi e memorizzi al volo. Ci va vicino, battuta inconsuetamente in levare, Egyptian Musk.