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White Fence: Orange

White Fence Orange

Drag City / Redeye Distribution
★★★½ 3.5/5
Max Zarucchi
| Lo leggi in 2 minuti

Cercare di mettere ordine nel caos interiore

Il cantautore americano Tim Presley ha condotto la sua vita artistica con il piede sull'acceleratore, quasi come se rallentare o prendersi delle pause non fosse concesso. Una carriera che lo ha visto protagonista con nomi di spicco (The Fall), meteore (The Nerve Agents, una specie di T.S.O.L. sotto speed), diamanti grezzi (Darker My Love), collaborazioni eccellenti (Drinks, con Cate Le Bon), album solisti mascherati da altro e, soprattutto, la sua creatura preferita dal 2010 in poi: White Fence. A un certo punto, però, qualcosa deve essersi rotto nel meccanismo che lo aveva portato a pubblicare anche tre lavori in un anno: dopo I Have to Feed Larry's Hawk del 2019, il nulla. Sette anni di silenzio sono moltissimi, soprattutto per chi fu tanto prolifico. I motivi dell'assenza non sono noti, ciò che resta (e che deve interessare all'ascoltatore, in fondo) è la musica.

Per la prima volta Tim, affiancato dal sodale Ty Segall, cerca di addomesticare senza violenza il suo flusso creativo apparentemente infinito, avvicinandosi più volte alla forma canzone pop nel senso più ampio e nobile del termine. Semplificando ai minimi termini, è un concentrato di tutta quella via di mezzo che, partendo dagli anni Sessanta beatlesiani, attraversa più di mezzo secolo tra Robyn Hitchcock e il Beck più rilassato, arrivando ai Wilco o al Kavus Torabi meno psichedelico. Undici le tracce, che colpiscono per eterogeneità: i synth melanconici di Unread Books in odore di Pink Floyd bucolici pre-Dark Side of the Moon, le reminiscenze Paisley di I Came Close, Orange for Luck, il solare uptempo Reflection in a Shop Window on Polk, la barrettiana So Beautiful, fino al pezzo che chiude l'album, Blind Your Sun, forse il vero ponte tra il prima e l'adesso di White Fence, dove la follia primitiva che fu fa capolino qui e là.

Sette anni per consegnare al pubblico un lavoro maturo, sicuramente più di facile ascolto rispetto ai precedenti, ma che non per questo risulta banale o poco ispirato. Tim Presley ha fatto tesoro delle esperienze di una vita ed esce, forse per la prima volta, con un disco a carte scoperte. Carte che, ascolto dopo ascolto, si mettono in ordine svelando ogni volta una sfumatura diversa, come un mosaico in continua espansione che prende forma. Poco più di trentotto minuti la durata, se siete nel mood giusto Orange vi terrà compagnia a lungo: lasciatevi stupire.

white fence 

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