Così rétro da esser nuovi
Sodalizio intrigante quello allestito da Verity Susman (qualcuno la ricorderà nelle Electrelane) e Matthew Simms, giovanotto capellone che abbiamo apprezzato nel ruolo di chitarrista tra le fila degli Wire. Entrambi hanno le idee chiare e, con maestria ed equilibrio invidiabili, sanno farsi bastare il formato power duo per gestire un ricco apparato strumentale e recapitare un rock prefissato art e post che ha negli Stereolab il principale riferimento. Non solo per via dei tour condivisi e perché la coppia – oltre che in un isolato capanno della Francia meridionale e alla londinese 4AD – ha in parte registrato All Clouds Bring Not Rain presso lo studio del batterista Andy Ramsay: a servire da collante, infatti, provvedono un’estetica complessa dallo sviluppo naturale, il respiro avant pop (espliciti, qui, i pregevoli apocrifi-ma-non-troppo Cut Glass Hammer, Dropped Down the Well e Watching the Moon) e l'approccio che cuce assieme schegge di futuri immaginari, ricordi fittizi e concreti e il senso di confusione tra sogno, incubo e realtà della nostra epoca.
Una prospettiva perfezionata da Tim Gane e Laetitia Sadier che, diventata classica, è tuttora responsabile di pagine rilevanti nell’ambito per comodità definito “indie” grazie all’ampiezza di suggestioni e alla determinazione nel trattare la canzone come uno spazio dove razionalità, istinto e sentimento dialogano senza sosta. Qualità che rappresentano il telaio e il propellente del secondo album "vero" dei Memorials – le iniziali sortite sulla lunga distanza Women Against the Bomb e Tramps! erano delle colonne sonore – fondendosi in un ventaglio di modelli storicizzati: Can, This Heat, United States of America, echi free jazz, certa Canterbury ruvida, l’elettronica analogica che ti aspetti ma guai se non ci fosse. Modelli che, come nel predecessore Memorial Waterslides del 2024, non costituiscono un paravento per la carenza di ispirazione e sono invece gli ingredienti di una ricetta che, ascolto dopo ascolto, convince e rivela l’originalità che oggi ottieni intrecciando materiali noti in configurazioni policrome.
Da cercare in tutto ciò e nell’intesa ulteriormente rafforzata i segreti di una maturità che coinvolge scrittura, esecuzione, taglio produttivo e impianto di insieme. In una scaletta compatta però attenta alle sfumature parlano chiaro Life Could Be a Cloud e Holy Invisible, ipotesi di una Nico fotografata in abiti pastello lungo i panorami di Farewell Aldebaran in compagnia rispettivamente di Neu! e David Axelrod, una Mediocre Demon da Moonshake che organizzano il caos dentro una coltre di nevrosi, la melodia folk albionica su frenesie motorik di Bell Miner. Per tacere dell’umoralità meditativa che circonda Reimagined River, Lemon Trees e Wildly Remote, della stranita filastrocca I Can’t See a Rainbow, del funk bianco In the Weeds che stende ponti tra i Laika e Jane Weaver. Ognuna un gioiellino così rétro da risultare brand new. E viceversa, ovviamente.