Dream a Little Dream of Dream Pop
Dopo anni passati a pubblicare singoli, EP e mini LP, finalmente i deary (nessun errore di battitura: si scrive minuscolo per volere della band) arrivano al traguardo del Long Playing. La gavetta degli ultimi quattro anni, sia in studio che sui palchi (memorabile per chi c'era la performance di supporto ai redivivi Cranes alla Islington Assembly Hall) ha permesso al trio londinese di confezionare un lavoro ineccepibile sotto quasi tutti i punti di vista. Si sono presi i loro tempi per stimolare la curiosità degli ascoltatori, svelando un singolo al mese da inizio anno (pratica invero ormai diffusissima), ma alla fine ecco Birding, quarantatré minuti e rotti che svelano poco a poco il magico mondo dei deary.
Si inizia in punta di piedi, con l'intro in dissolvenza di Smile e si finisce allo stesso modo, con le rarefatte atmosfere del brano che dà il titolo al disco. In mezzo, un campionario esaustivo di ciò che fu il dream pop, qualche strizzata d'occhio allo shoegaze meno oltranzista e l'ombra lunga delle soluzioni melodiche care ai Cocteau Twins. D'altra parte sarebbe stato impossibile sfuggire a quelle influenze pubblicando per l'etichetta di Simon Raymonde, che dei CT fu l'imprescindibile (spesso messo ingiustificatamente in ombra dalle fortissime personalità di Liz Fraser e Robin Guthrie) bassista dal 1984 fino allo scioglimento. Poteva forse ingaggiare una formazione thrash? Certo che no: ethereal wave dilatata, sognante, impalpabile, di cui i sette minuti di Alfie (con reminiscenze dei My Bloody Valentine) sono una sintesi perfetta. E, soprattutto, la voce magnetica e ipnotica di Dottie Cockrell, vera antidiva senza fronzoli, che con la sua semplice presenza riesce a catturare chiunque se la trovi di fronte dietro un microfono.
Per tutti coloro che amano ubriacarsi di Slowdive, Mogwai, Lush e compagnia bell(issim)a, i deary sono la nuova band da tenere d'occhio: natura come specchio della fragilità umana, chitarre (due, assieme alla voce e alla batteria) fluide e inafferrabili, un album che non dà risposte ma spinge a riflettere e si fa amare per la sua purezza artistica, al netto delle inevitabili influenze. Nessuno scossone di novità per il genere, dunque, e però il tutto è riproposto in maniera assolutamente coesa, convincente, sincera. Manca solo il marchio 4AD, ma i brand ormai lasciano il tempo che trovano.