Scusate il ritardo
Età letteralmente indefinita (nessuna fonte ne riporta la data di nascita), si può supporre che l’australiana Carla dal Forno, che debuttava da solista nel 2016 avendo però in precedenza contribuito (sin dal 2010) a vari progetti di impronta elettronica nella natia Melbourne, abbia fra i trentacinque e i quarant’anni. Andava dunque all’asilo o non era ancora di questo mondo quando andavano forte le sonorità che caratterizzano Confession, suo quarto album e nettamente il più immediato, il più vivace per quanto attiene gli spartiti (altra cosa testi inquieti e inquietanti che girano attorno a un amore non corrisposto, forse solo fantasticato). In un ascolto alla cieca nulla nelle otto canzoni e nei quattro strumentali che vi sfilano in quarantuno minuti verrebbe identificato come più recente del 1990. Decima traccia in scaletta, in ugual misura incalzante e romantica, Alone with You esce a quarantacinque anni dalla versione originale dei compatrioti Sunnyboys (in apertura di secondo lato del loro omonimo esordio e down under un modesto successo a 45 giri) e quattro decenni in ritardo rispetto a quando avrebbe potuto essere (sembrano i Cars di Heartbeat City; però con Simon Gallup al basso) una hit globale.
Nel 2026 pare che nemmeno l’interprete si renda conto di che razza di classico abbia ripescato. Come singoli ha mandato in avanscoperta le pure eccellenti Going Out (ritmica squadrata, melodia sinuosa, cantato suadente; al basso – idealmente – Peter Hook) e Under the Covers (mettici la voce di Elizabeth Fraser e sono i Cocteau Twins; sempre nel 1986) e non se n’accorto nessuno.
Confession sta collezionando ottime recensioni (anche in posti alquanto snob tipo The Quietus) ma non farà nessun favore a una carriera di medio-basso profilo come tante nel pop (accezione più alta e nobile del termine, prego) attuale. È un peccato, perché è un disco solido, ben congegnato, estremamente gradevole, vario quanto basta e anche di più: dove da una reggata title track si passa senza soluzione di continuità al valzer sintetico alla Tuxedomoon Drip Drop, dalla chamber-ambient da primo Sylvian On the Ward a una I Go Back molto Sakamoto per tramite del singultante techno-pop di Blue Skies. Non mi si dica (a parte che è di gran lunga più riconoscibile una dal Forno di certi nomi che totalizzano fantastilioni di streaming) che il problema è la scarsa originalità. Non oggi, non nel 2026.