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Eddy Cilìa
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La lotta continua

Tutti vogliono bene ai Tinariwen, eccetto quelli che li vorrebbero morti. Ad esempio chi nella parte di Mali da cui piacerebbe dire che provengono, non fosse che da decenni vivono in esilio, ha imposto la sharia e proibito ogni tipo di musica, persino quella devozionale. E non è che la giunta militare che controlla buona parte del resto del paese veda granché più di buon occhio i maliani più famosi al mondo. Figurarsi i criminali della Wagner, i cui resti continuano a fare i loro luridi comodi in un pezzetto ancora di una nazione grande quattro volte l’Italia ma con un terzo degli abitanti, poverissima quando la principale delle sue risorse naturali è l’oro. Ai famigerati miliziani russi è dedicata la strascicata, luttuosa Aba Malik, ultima delle undici tracce incluse nel decimo lavoro pubblicato da questi guerriglieri nel quarto di secolo trascorso dacché The Radio Tisdas Sessions ce li faceva conoscere. Vengono maledetti, i criminali rossobruni, e se la potenza delle parole pareggiasse l’intensità della musica cui si appoggiano, cadrebbero stecchiti. Ora. Subito.

Li conosciamo da venticinque anni i Tinariwen, ma a quell’altezza esistevano già da ventidue. I quattro membri fondatori qui presenti vanno per i settanta. Ogni disco, ogni tour per loro potrebbe essere l’ultimo, ma potremmo anche non accorgercene. I volti del paio di dozzine di uomini e donne avvicendatesi nel gruppo in tutto questo tempo spesso sono rimasti celati dal caratteristico vestiario Tuareg e l’impressione – netta – è che la sigla potrebbe sopravvivere a qualunque defezione restando credibile. Un ricambio generazionale è già in atto. Altri e altre raccoglieranno il testimone.

Per intanto i capostipiti del desert blues elettrico non cedono neppure questa volta alla tentazione della copia conforme e ci consegnano l’ennesimo album inattaccabile. Un filo più scarno, con estese sezioni acustiche, e insieme variegato degli immediati predecessori. Sincopata sinuosa corale Amidinim Ehaf Solan introduce viaggiando sui binari di un ritmo ossessivo ma non stabilisce un tono da subito costantemente mutevole, un blues ustionante dolente squillante che prende sì spesso il sopravvento ma lasciando spazio a suggestioni latine come soulful, ballate a combustione lenta, accensioni funky e addirittura un qualcosa (Sagherat Assani) che viene da chiamare rockabilly.

tinariwen 

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