Non la senti, quella voce
Sotto Natale del 2020 James Blake faceva quello che fanno spesso gli artisti quando vogliono sia divertirsi che ricordare a sé stessi chi sono e da dove vengono: incideva un album (un mini in realtà, gira sui venti minuti) di Covers. Fra i più bizzarri di sempre e chiunque: dove lo trovate uno che reinterpreta di fila Finneas, Joy Division, Stevie Wonder, Frank Ocean, Beyoncé e Ewan MacColl? Per quanto di quest’ultimo a essere riletta sia The First Time Ever I Saw Your Face, con cui a inizio carriera si confrontava un’ancora sconosciuta Roberta Flack e, insomma, ripensando al Paul Young che rifaceva di seguito Love Will Tear Us Apart e Wherever I Lay My Hat, fra l’altro in un LP di cui vendeva alcuni milioni di copie, un filo conduttore si individua: per quanto inglese e bianco sia, Blake è un soulman. Però è pure uno che alla musica si accostava, bambino, studiando pianoforte classico e sì, il disco in questione è per soli piano e voce (più coro gospel, in un pezzo). Chi mai direbbe che il titolare emergeva dalla scena dubstep? Quasi un novello Burial per il tempo di una manciata di mix a cavallo fra primo e secondo decennio del secolo, prima di optare per la forma canzone con esiti commerciali, artistici, di critica ragguardevoli.
Già altissimo nella classifica britannica a giorni dall’uscita (un numero 3, il piazzamento migliore a oggi per l’artefice) Trying Times è per Blake il settimo (o nono, contandone due collaborativi) album. Poteva essere il più riuscito dal 2013, dal secondo, Overgrown, magnifico e forse insuperabile. Che sciagura che venga diffusamente sabotato da un uso massiccio dell’autotune quando il nostro uomo (specialmente se va sul falsetto) ha una gran bella voce che qui sfortunatamente ci fa sentire poco, pochissimo. Scelta che in qualche frangente funziona anche, ma più spesso no.
Poteva insomma esserci una stella in più quassù in alto. L’avrebbe facilmente guadagnata soprattutto la prima abbondante metà di programma, forte di sontuose ballate di impronta soul quali I Had a Dream She Took My Hand e la title track, della bluesata Didn’t Come to Argue, di una Doesn’t Just Happen molto Arthur Russell al netto di un inserto rap che ci sta comunque a meraviglia. Dopo la fuga per tangenti house di Rest of Your Life il disco evidenzia un visibile calo di tensione e ispirazione, ma il danno vero era stato fatto prima.