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Heavenly: Highway To Heavenly

Heavenly Highway To Heavenly

Skep Wax Records
★★★★½ 4.5/5
Eddy Cilìa
| Lo leggi in 2 minuti

Alle sorgenti del twee pop

Anche per elaborare un lutto trent’anni possono parere tanti, ma dipende da chi non è più con te. Perdere un fratello minore che avevi cresciuto, benché solo quattro anni vi separassero, e con cui oltre all’ambito famigliare avevi diviso una parte essenziale della tua esistenza è un colpo tremendo, quali che siano le circostanze della scomparsa. Figurarsi se è morto non per un incidente o di malattia, ma perché un giorno ha deciso che il fardello della vita si era fatto per lui insopportabile. Immagina lo sgomento, i sensi di colpa. Gli Heavenly avevano appena completato il quarto lavoro in studio e, in accordo con i compagni di gruppo (alcuni dei quali già con lei nei pionieristici Talulah Gosh), Amelia Fletcher decideva che senza Mathew non aveva senso andare avanti. Non con quella ragione sociale, almeno. Ci saranno, per il tempo di un album un po’ sottotono, dimesso rispetto a un catalogo altrimenti uniformemente favoloso, i Marine Research. E poi i Tender Trap, che faranno invece bene e occasionalmente benissimo, e avrebbero meritato una considerazione maggiore da critica e pubblico. Ma adesso ci sono di nuovo gli Heavenly ed è magia. È bellezza da non credersi. È brio travolgente che solo a fondo corsa lascia posto alla commozione

Personaggio pazzesco Amelia Fletcher, una biografia che a provare a farne un film la sceneggiatura verrebbe bocciata da qualunque produttore per eccesso di inverosimiglianza, e un talento melodico tale da potersela giocare con i grandi del pop di qualunque epoca. Viviamo da quarant’anni, dacché i Talulah Gosh esordivano con un flexi allegato alla fanzine Are You Scared to Be Happy?, in un ecosistema musicale che lei e soci hanno contribuito come pochi a disegnare. Leggenda vivente e, per fortuna, ancora praticante.

Come non fosse trascorso un giorno. Come fossimo ancora alle prese con adolescenti, e non con sessantenni o poco meno, alle prese con la scoperta entusiasmante che per scrivere una canzone indimenticabile due accordi bastano. Tre, se vuoi fare quello che se la tira. Pronti e via e Scene Stealing è il primo classico della seconda vita degli Heavenly, fantasia di Beatles primevi accasati alla Sarah dopo la quale si pedala verso una Portland Town di chitarre grattugiate e coretti che appiccicano e stendono. Il dancefloor post-punk su cui trascina Press Return. Una Skep Wax che è la loro versione di Dylan AD 1965. Questo disco è un miracolo. Un inno alla vita pure quando, nel congedo That Last Day (come una collisione fra Young Marble Giants e Sonic Youth, ha scritto qualcuno), con il male di vivere fa i conti, senza farsi sconti.

heavenly 

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