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Gorillaz: The Mountain

Gorillaz The Mountain

Kong / The Orchard
★★★★½ 4.5/5
Max Zarucchi
| Lo leggi in 3 minuti

Maha Mrityunjaya Mantra, a fumetti

«I am happy, feeling glad, I got sunshine in a bag» cantavano i Gorillaz nel singolo di debutto Clint Eastwood a inizio marzo 2001. Certo, dietro a una frase così apparentemente solare si celava in realtà uno spleen esistenziale ben marcato, quella sfiducia post-adolescenziale che è il primo vero morso dei mostri che ognuno si porta dentro. Ma non è ancora vero dolore, quello. Un quarto di secolo dopo, Damon Albarn e Jamie Hewlett devono fare i conti quasi simultaneamente con la scomparsa dei padri, e a fare da trait d'union spirituale in questo momento straziante è l'India. Ecco allora che mortalità e trapasso sono al centro del nuovo bellssimo The Mountain, che dopo qualche uscita sottotono riporta i Nostri ad alti livelli grazie a un'ispirazione ritrovata e una comunione di intenti che ha messo a fuoco l'intero lavoro.

Verrebbe da fare un parallelo con l'ultimo De La Soul, permeato della medesima atmosfera seppur incamminato lungo sentieri musicali differenti: anche qui ci sono ex-collaboratori e amici musicisti tragicamente scomparsi. Tony Allen vola nell'ambient The Hardest Thing, Mark E. Smith dei Fall lascia il suo marchio postumo sulla ballabilmente folle Delirium (nomen omen), Ravi Shankar rivive nel sitar suonato dalla figlia Anoushka in quasi tutto l'album, Bobby Womack fa capolino nella seconda traccia, lo zampino di Proof sta in The Manifesto, Dennis Hopper si aggira nella traccia di apertura e che intitola il tutto. Ma non di soli defunti è composto il team presente in The Mountain: trovano spazio anche Sparks, Idles, Johnny Marr, Paul Simonon, Kara Jackson, Gruff Rhys, Tueno, Black Thought e altri, per un risultato sonoro poliedrico che pur spaziando tra i generi resta comunque coeso.

Inoltre, l'italiana Marta Salogni riesce in regia nell'arduo compito di far convivere kitsch e teatralità, immediatezza e profondità, hip hop e world music con un lavoro sublime, dove ogni elemento non sovrasta l'altro e ogni dettaglio ha il suo punto di luce designato. Siamo di fronte a un'opera corale che svela la sua bellezza ascolto dopo ascolto, in cui un Albarn versione direttore d'orchestra fa vivere negli stessi solchi artisti presenti e passati con un gesto che non vuole sfuggire o stigmatizzare la morte, ma la eleva a qualcosa che va oltre la concezione umana del tempo. I testi ne sono un fulgido esempio: se la sottotraccia del concept è chiara, l'approccio spazia da sofferenza a rassegnazione, fino ad accettazione e rinascita. È un mosaico musicale/lirico vivo, pulsante, vibrante, che pur partendo da una delle nostre paure più ataviche diventa consolazione e speranza, senza la disperazione a cui ci si aggrappa nelle religioni ma con la serenità di chi ha trovato un equilibrio interiore.

E poi: da subito è senza tempo, l'album pesca dal passato, vive nel presente e guarda dritto al futuro grazie a una serie di scelte azzeccate che elevano ogni passaggio (anche quello più pop e orecchiabile) al rango di opera d'arte. La chiusura del viaggio non è risolutiva, ma mette a nudo la paura iniziale: la morte comunque lascia un vuoto incolmabile e, probabilmente, quel buco non si riempirà nemmeno con la montagna (che, infatti, non esiste), tuttavia il fine di quest'ultima non è sostituire, bensì fungere da appoggio per chi resta. Tutto questo con musica di livello che va ben oltre il «piacevole». Se non è il miglior album dei Gorillaz, di certo è il non plus ultra di quello che ci si poteva aspettare oggi da loro: sessantasei minuti da godere tutti d'un fiato, ripetutamente. 

gorillaz damon albarn jamie hewlett 

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