Scrivere canzoni per scrivere a se stessi
Un uomo non più giovane ma non ancora anziano, chino su uno scrittoio davanti a un foglio. Sta mettendo in fila ricordi, pensieri, recriminazioni, ipotesi di serenità ancora possibili. La copertina di My Days of 58 ritrae Bill Callahan come molti di noi lo hanno forse sempre immaginato anche nei suoi giorni di quando aveva 28 o 38 anni, dentro una fotografia che sembra un quadro. Un Vincent Van Gogh del Maryland che scrive al suo Theo, chiedendogli “perché gli uomini cantano?”. Se citiamo il pittore olandese è perché lo fa anche Callahan, proprio nell’apertura di Why Do Men Sing?, anche se la domanda è in realtà rivolta a Lou Reed, spirito guida che gli compare nel mezzo di un brutto sogno tutto vestito di bianco: “Che posto è questo in cui mi hai condotto, Lou?”.
E c’è tanto di Reed in queste canzoni meravigliose, soprattutto quello di dischi come Coney Island Baby e Magic and Loss, così come c’è tanto di Townes Van Zandt e di Guy Clark (West Texas: non solo per la suggestione del titolo), di Howe Gelb (Lake Winnebago), di Jonathan Richman (The Man That I’m Supposed to Be), di Fred Neil (Highway Born). Ma all’uomo che una volta si nascondeva dietro allo pseudonimo Smog, con o senza parentesi, non serve esibire riferimenti: troppo delineata la sua figura, troppo intensa e personale la sua poetica. Si potrebbe riempire lo spazio della recensione solo di estratti dai testi, passaggi lirici straordinari che incorniciano in modo così singolarmente felice i Grandi Temi (maiuscole d’obbligo) con cui l’autore si confronta: il tempo che sgocciola via, il senso di una carriera artistica, il viaggio e il ritorno in un luogo che non si riconosce più (Lonely City), la meravigliosa fatica di essere padri dopo quella di essere stati figli (la lancinante, bellissima Empathy), la tecnologia che si divora quel che resta della nostra umanità (Computer, dove Bill oltre a cantare “non sono un robot e non lo sarò mai” si inventa questa strofa fulminante: “qualunque fosse il sogno originario, questa macchina è diventata la ghigliottina del villaggio, e la libertà di parola è quasi finita”).
Il sostrato musicale è solido e spesso sorprendente nei suoi intrecci di chitarre, clarinetto, sax, tastiere, la voce – a tratti contrappuntata da quella di Eve Searls – resta sempre calda e confidenziale come la conosciamo. La voce di un amico con cui vai a berti una birra il venerdì sera quando hai finito una settimana di lavoro, rimuginando sullo stato del mondo e sulle rispettive occasioni perdute. E chissà che alla fine non arrivi anche Lou Reed a darci la risposta a tutto: “Lascia che scorra, ragazzo, lascia che scorra in una stella nana o in un buco nero, o nell’anima di qualcuno”.