Una boccetta di tranquillanti come scelta creativa
C’è stato un momento (nemmeno così lontano, visto che i ragazzi hanno all’attivo giusto un EP e il debutto sulla lunga distanza) in cui i PVA pareva ci avessero dato un po’ troppo dentro col caffè, almeno basandoci sulla sintomatologia classica: poco sonno e la ferma convinzione che la musica elettronica potesse ancora permettersi di risultare sguaiatamente strana senza per forza dover chiedere scusa in partenza. "The ideal band for indieheads with a love for techno" rendeva abbastanza il concetto.
Ecco, non possiamo sbilanciarci al punto di affermare che No More Like This abbandona in toto quell’istinto primordiale. Diciamo che lo sdraia su un divano nel backstage, abbassa la luce della lampada a stelo regolabile da remoto per non affaticargli eccessivamente gli occhi ancora schizzati di strobo e gli chiede di parlare di sé, lentamente, scandendo bene le parole. Il risultato è un disco che suona più sedato che remissivo: abbastanza in allerta da funzionare senza destare sospetti e ben connesso allo Zeitgeist del dancefloor moderno – forse connesso troppo bene, verrebbe da ipotizzare, in assenza di quel pezzettino di cavo un po’ slabbrato con il rame a vista che avrebbe potuto generare quella scintilla (in)volontaria che spesso non guasta.
L’impressione è che il trio londinese voglia deliberatamente chiamarsi fuori dalla competizione a chi ha il BPM più lungo, ormai già non più interessato al premio destinato ai migliori rivenditori di adrenalia post-punk. Al contrario, inizia a flirtare con una certa sorta di inerzia: i synth galleggiano per aria, i beat li trovi a bighellonare in giro come liceali il giorno dell’interrogazione programmata, la voce di Ella Harris va alla deriva attraverso questi dieci pezzi con un distacco encomiabile, sottolineato da passaggi spoken-word sorseggiati dal bancone dei cocktail senza cercare insistentemente di incrociare lo sguardo con chi sta in pista.
Quando la cosa si fa così Dry Cleaning che se il plagio musicale fosse ancora un reato ci sarebbero gli estremi a procedere, si teme il peggio, ma raramente dal bilico si crolla nel baratro. Sottolineiamo quindi più volentieri quei momenti in cui tensione e corrente vanno a formare un flusso più post-rock, termine – ovviamente, in questo contesto – da prendere con le pinze, dove le pinze in questione sono abilmente manovrate da qualcuno che ha ascoltato parecchio i Massive Attack. Tipo Anger Song e Okay (in assoluto il frangente più azzeccato dell’album), che insieme contano quasi un quarto d’ora durante il quale il fatto che all’ascoltatore sia richiesta un po’ di pazienza pare sul serio una consapevole decisione stilistica, piuttosto che una mancanza di idee.
Insomma, i PVA certo non hanno perso la propria identità. Mettiamola così: se l’identità fosse una suoneria, le hanno tolto la vibrazione. Visto nell’ottica di un album di transizione, No More Like This ha il suo concreto perché. In caso invece il progetto sia quello di farlo diventare the new normal, niente da eccepire sulla carta, a patto di ricordare (parafrasando il poeta) che "numbness is a journey, not a destination".