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Puscifer: Normal Isn't

Puscifer Normal Isn't

BMG Rights Management (US) LLC
★★★★½ 4.5/5
Francesco Eandi
| Lo leggi in 2 minuti

L’odore delle sigarette ai chiodi di garofano

«Abbiamo puntato sulle nostre prime influenze, dove il goth incontra il punk. È da lì che provengo.»

Basterebbero queste parole di Maynard James Keenan a capire dove batte il quinto disco dei Puscifer, Normal Isn't, che vede la luce a sei anni da Existential Reckoning: dopo avere assaggiato, masticato e risputato nei precedenti lavori un po'di tutto, tra elettronica, trip-hop, industrial, rock e metal, i Puscifer del 2026 si mostrano nel pieno del loro trasporto per il post-punk a tinte scure di Bauhaus, primi Cure, Sisters of Mercy, Lords of the New Church. Solo un po'più tecnici, e con una malcelata passione per i tempi dispari.

Non capita spesso di dirlo, ma i brani migliori di questo lavoro sono… quasi tutti. Zero riempitivi, molta sostanza, piena coerenza stilistica. Normal Isn't è il manifesto perfetto dell'opera cui dà il titolo: con il drumming nervoso di Gunnar Olsen e la chitarra zanzarosa di Mat Mitchell, è una traccia indecisa tra il suonare asciutta e minimalista oppure concedersi alla melodia, tra cori e sintetizzatori così meravigliosamente anni Ottanta. Come tutto il disco, per l'appunto.

Bad Wolf è una filastrocca ipnotica in cui Keenan e Carina Round sembrano andare ciascuno per conto proprio, consapevolmente perduti uno all'altro, salvo poi ritrovarsi e ricongiungersi nel ritornello. Non si può godere appieno di Self Evident, primo singolo ad anticipare l'album e uscito già l'anno scorso, senza avere negli occhi il video in cui i due – nei loro grotteschi abiti di scena – sembrano affrontarsi (o corteggiarsi) sul palco dell'Exchange L.A. club di Los Angeles.

Di Pendulum, che si muove in un mood analogo, è lo stesso Keenan a dire in un'intervista: «La natura drammatica e romantica di questo brano evoca una memoria sensoriale sonora che mi trasporta indietro nel tempo, sul dark e malinconico dancefloor del Club Iguana, Austin, intorno al 1985. Riesco quasi a sentire l'odore delle sigarette ai chiodi di garofano.» Evidentemente l'erba era finita.

E se Impetuous è la cosa più vicina a una ballad che i Puscifer si siano concessi in questo disco, Seven One è un divertissement di gran lusso che ci restituisce la loro voglia di giocare, stupire, farlo strano: uno spoken word a proposito del simbolismo legato al numero sette nella storia, nella Bibbia, nella cultura indiana, in Shakespeare… ma con Tony Levin (sì, il bassista di King Crimson, Peter Gabriel e un paio di dozzine di altri nomi quasi tutti finiti nella storia del rock) e Danny Carey (sì, il batterista dei Tool) che fanno da sfondo al parlato.

Forse il migliore lavoro dei Puscifer. So far.

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