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Nathan Fake: Evaporator

Nathan Fake Evaporator

InFiné / IDOL
★★★ 3/5
Bizarre
| Lo leggi in 2 minuti

eClettronica senza squilli

Se c’è una parola che ha caratterizzato negli ultimi anni la musica elettronica, questa è eclettismo. In assenza di un (nuovo) genere predominante, da almeno un decennio un producer elettronico tende a incorporare nel suo sound sottogeneri tra i più diversi, quasi debba dimostrare di sapersela cavare tanto sulla techno in cassa dritta che sui breakbeat di fine millennio, sui panorami ambient come sulle ritmiche più complesse e intricate (ultimamente sembra stia tornando di moda perfino la drum’n’bass, è tutto dire).

Nel caso di Nathan Fake, le cose sono un po’ diverse. Il produttore di Norwich, infatti, si è fatto conoscere fin da subito (lo spettacolare esordio Drowning in a Sea of Love data 2006) per la disinvoltura nel navigare stili diversi mantenendo una sua cifra distintiva. Proprio per quello ha trovato estimatori sia nei nostalgici dell’IDM che nei fan della techno berlinese, ma anche in un pubblico più avvezzo alle sonorità del rock, che vedeva nella proposta di Fake i primi indizi di quella psichedelia digitale che sarebbe stata denominata indietronica.

Il passaggio alla Ninja Tune (nel 2017: Providence era il suo quarto album) sembrava un approdo naturale che provvedeva ad attestarne il valore presso l'etichetta che possiamo considerare la più eclettica dell’era digitale. Invece quel disco fu, tutto sommato, un mezzo passo falso; per riprendersi Nathan si è dato all’autoproduzione, pubblicando altri due lavori prima di Evaporator.

E quindi: com’è questo nuovo disco? Diciamo che se fosse stato interamente al livello del primo singolo, Bialystock, un esercizio di IDM che pare provenire da Incunabula degli Autechre, sarebbe stato strepitoso. Ma che se fosse stato calcato sullo stile di Hypercube, techno minimale di sconcertante ordinarietà, saremmo stati davvero imbarazzati. Ecco un caso in cui la varietà stilistica si rivela arma a doppio taglio: ci sono tante cose, tutte permeate da un sound indubbiamente interessante, ma poche paiono destinate a lasciare veramente il segno.

E poi, forse a causa dell'intenzionale riscoperta del primordiale software Cubase, c’è una parentela fin troppo stretta con i suoni dell’elettronica anni Novanta: funzionali nel downtempo di Aiwa, un po’ senza mordente in You’ll Find a Way, di nuovo intriganti nella techno morbida e iterativa di Slow Yamaha. I cenni a certe ritmiche di matrice dubstep, sempre molto nascoste, lasciano spazio a loop troppo insistiti che si tramutano in ambient come la intende Aphex Twin ma senza la stessa magia; a volte poi il beat scompare del tutto, ma non sono memorabili né Baltasound (con Dextro) né Orbiting Meadows (con Clark). Una prova che, in definitiva, convince solo parzialmente.

nathan fake 

A proposito:

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