La D è muta
Ve la ricordate l’IDM? Erano gli anni Novanta e la club culture aveva bisogno di un acronimo che lasciasse poco spazio all’immaginazione (Intelligent Dance Music) per giustificare l’urgenza di un rebranding che le permettesse di fare il suo trionfale ingresso nei salotti buoni dell’intellighenzia (appunto) musicale. Un progetto sulla carta vagamente spocchioso, a tratti insopportabile – a conti fatti, un successo su tutta la linea. Più per merito degli interpreti che dell’idea in sé, va detto: Aphex Twin, Autechre, Orbital – tutta gente che, meritatamente, ancora ci campa di rendita anche solo recuperando manciate di sample dagli hard disk che aveva riempito all’epoca.
Pochi anni dopo, ecco Sasha Ring. Lui, in quello che ormai era già un genere musicale ben definito, ci si è intrufolato quasi in punta di piedi, ma alla fine ci è invecchiato dentro molto meglio di altri, forse proprio perché, facendolo, quasi mai ha dato l’impressione di voler dimostrare una qualche teoria di appartenenza, privilegiando sempre la texture rispetto alla postura, con un approccio tutto suo all’emozione digitale contro la sovraingegnerizzazione spinta – pur dando costantemente prova di saper sovraingegnerizzare le cose con la grazia di pochi altri.
A distanza di quasi trent'anni, ci troviamo tra le mani questo A Hum of Maybe e constatiamo – mettendo da parte paraculismi e lacrime di coccodrillo – che la "I" ha praticamente fagocitato in toto la "D". C’è un botto di intelligenza, in mezzo a questi undici pezzi, nonostante (qualcuno direbbe "a partire da") l'orribile copertina a metà tra la geometria impossibile di Escher e un Picasso pizzicato a poltrire in un pomeriggio più simmetrico della norma. Ben poche tracce di gente che balla, però – del resto, per soddisfare la loro fregola ci sono sempre le scappatelle con i Modeselektor.
D’altra parte, quando sei per natura così bravo a fare la tua cosa, nessuno ti può biasimare se decidi di passare la vita a cesellarla, rifinirla, ritoccarla, asintoticamente diretto verso quella che ritieni sia la perfezione – o se non altro il tuo personale concetto di evoluzione. Che poi in certi passaggi l’evoluzione diventi levigamento, il levigamento si dissolva in atmosfera e l’atmosfera si appiattisca in décor è un difetto su cui soprassediamo senza particolari rimorsi. Perché il resto è manifattura ultra-ricercata: piccoli suoni scomposti su ritmi inciampatissimi, voce flebile ma più che riconoscibile a farsi strada in mezzo a campi di synth sfasati ad arte, gocce di pianoforte come accenti balsamici. È una comfort zone che non sta mai ferma nella sua zona di comfort, più interessata a capire in quali angoli risuonare meglio che a riempire l’ambiente, a prendere nota di quanto spazio un riverbero riesca a occupare prima di collassare sotto la propria stessa eleganza. Elettronica che accarezza invece di dettare il ritmo, contemplazione senza abbandono.
Certo, un paio di beat più ciccioni qua e là non ci avrebbero fatto schifo, soprattutto in ricordo dei bei tempi andati (in questo senso, il premio-nostalgia "Come eravamo" va alla quasi title track e al featuring con Philipp Johann Thimm, An Echo Skips a Name), ma non possiamo fare una colpa ad Apparat di aver sentito la necessità, negli anni, di andare a stuzzicare le sinapsi piuttosto che richiudersi a schiaffeggiare culi nell’ennesima dark room di un loft berlinese ristrutturato da un architetto indie con l’ossessione per i mattoni a vista. Tirando le somme in tutta onestà, è stata una forma di intelligenza anche quella, no?