Salta al contenuto
Sleaford Mods: The Demise of Planet X

Sleaford Mods The Demise of Planet X

Rough Trade / Beggars
★★★★ 4/5
Carlo Bordone
| Lo leggi in 2 minuti

C’è ancora vita sul pianeta Sleaford Mods

La seconda parte del nome del duo formato da Jason Williamson e Andrew Fearn è sempre stata problematica da interpretare. “Mods”? Cosa c’entrano questi due gaglioffi di Nottingham con le Lambrette, i parka, gli Small Faces e le camicie button down? Nulla, ovviamente. Ma, a ben vedere, nella concezione di “modernismo” c’era anche l’impulso a guardare avanti e a impegnarsi nel modellare la versione migliore di sé stessi. In questo senso il nuovo album della coppia electro-punk-rap è intensamente mod, perché rivela un'ammirevole propensione al rinnovamento sia musicale che personale.

Il primo è testimoniato da un metodo di lavoro diverso dal solito che questa volta ha incorporato nella formula basica del duo un ventaglio di suggestioni sonore (ska in stile 2 Tone, r&b, motorik e persino influssi di exotica) e una quantità di featuring soprattutto femminili (Aldous Harding, Sue Tompkins, l’attrice Gwendoline Christie) che danno sfumature più interessanti ai monologhi al vetriolo di Williamson. Il secondo ha a che fare proprio con un cambiamento di prospettiva di quest’ultimo che è frutto di anni di psicoterapia. Non che si sia ammorbidito più di tanto, il ragazzo: le invettive, il dito puntato, i “fuck” e i “cunt” ci sono sempre, tuttavia l’approccio è più costruttivo, ironico e con una certa predisposizione all’autocritica e all’autoanalisi.

Se questo derivi dalla sopraggiunta maturità alla verde età di cinquantacinque anni o dall’esigenza di variare una formula basica che dopo tutti questi anni rischiava di esaurire la pazienza anche dei fan più fedeli, è difficile da stabilire. Però funziona. The Demise of Planet X ritrova una freschezza che riporta ai tempi di Divide and Exit e finisce per essere uno degli album più godibili – per certi versi quasi “pop” – degli Sleaford Mods. Per niente pop sono invece i temi affrontati nei testi, che affondano il bisturi in varie ferite aperte della nostra ridente contemporaneità: social media rincretinenti, tecnofascismo, MAGA, maschilismo tossico, guerra. Ma è il modo in cui si allude a tutto ciò che fa la differenza, e sarebbe ora di riconoscere a Williamson un talento raro nell’assemblare le parole e giocare verbalmente con significati e significanti. Un esempio tra i tanti? In Bad Santa viene citato Andrew Tate, orrendo influencer misogino con varie condanne sulla testa, nel passaggio che recita “nothing modern about A Tate, mate”, in cui il suo nome si mescola con quello della Modern Tate Gallery. Bisogna avere talento per inventarsi cose del genere. Gli Sleaford Mods ne hanno parecchio, e questo disco ne è forse la migliore dimostrazione in tutta la loro carriera.

sleaford mods 

A proposito:

Vuoi continuare a leggere? Iscriviti, è gratis!

Registrandoti potrai accedere agli oltre 4.000 articoli dell’archivio gratuitamente, e ti iscriverai alla nostra newsletter su Substack!

Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 6 persone!