Ora e sempre resilienza.
Ventotto anni separavano un esordio acustico, Ramblin’ on My Mind, che in nessun modo faceva presagire la rocker che sarebbe diventata, da West, ottavo album in studio che Lucinda Williams dava alle stampe nel 2007 e che resta una delle sue prove migliori: secondo solo a quello che per unanime giudizio della critica è il suo capolavoro, Car Wheels on a Gravel Road, datato 1998; pareggiato forse giusto dal più recente, del 2016, The Ghosts of Highway 20. Per quasi tre decenni la produzione di questa Patti Smith prestata all’Americana, “Townes Van Zandt al femminile che avrebbe però voluto essere Neil Young, o Bob Dylan, o Tom Petty o magari i Rolling Stones: tutti assieme” (cit.), è stata di un livello medio stellare, ma con intervalli lunghi fino a otto anni fra un’uscita e la precedente. Salvo proprio dopo West registrare un notevole infittirsi delle pubblicazioni: con questo otto ulteriori album “veri” e le virgolette sono dovute al fatto che alla discografia principale si è affiancata la collana di cover Lu’s Jukebox, sette volumi finora. La pandemia non ha fermato Lucinda. Anzi! Era durante il primo lockdown che le veniva l’idea di reinterpretare un po’ di canzoni di qualcuno fra i suoi eroi. Nemmeno un ictus che si palesava di lì a pochissimo, nel novembre 2020, c’è riuscito.
Donna di quanto mai solidi attributi oltre che principi non se n’è fatta minimamente rallentare, continuando a lavorare durante una riabilitazione che prosegue a oggi, chissà con quali margini di recupero ancora. Se la voce parrebbe intatta, quella rugginosa che abbiamo imparato a riconoscere al volo, non ha manualità a sufficienza per suonare la chitarra, handicap che pesa non soltanto in sede di spettacoli dal vivo (fra l’ospedalizzazione e il ritorno ai concerti passavano meno di nove mesi) ma pure sul processo compositivo. Si è adattata. Ora scrive cantando la linea melodica ai principali collaboratori – Tom Overby, che oltre che produttore di riferimento è suo marito; il chitarrista Doug Pettibone – e da lì parte per costruire un nuovo brano.
World’s Gone Wrong ne mette in fila nove, più una splendida resa, in coppia con Mavis Staples, di So Much Trouble in the World di Bob Marley. L’ammirazione per la resilienza di cui sta dando prova l’artefice avrebbe magari potuto influenzare il giudizio. Non entra invece mai in gioco. Lo promuovi a pieni voti per una qualità che non flette mai ed esibisce apici rimarchevoli nel southern rock Something’s Gotta Give, in una countreggiante Low Life, nel blues elettrico Black Tears, in una ballata, We’ve Come Too Far To Turn Around, con Norah Jones ospite e degna del catalogo maggiore di The Band.