L’ennesima crisi acustica di mezza età
Arrivati a questo punto della storia del rock, la fantomatica "svolta solista più o meno unplugged" nella carriera del frontman di una band è diventata una tappa prevedibile come la sceneggiata dell’encore in coda a tutti i set o l’acufene che ricompare alla fine di ogni tour. Superare una certa età, sentire le giunture che cigolano, farsi due conti in tasca e calcolare quante bollette in più ci paghi a incanalare tutti i compensi e i diritti d’autore su un contocorrente unico: vai a sapere. Guardi i compagni di una vita e dici: voglio tornare alle origini e fare un disco che la gente possa suonare attorno a un falò sulla spiaggia. Senza per forza dover riarrangiare i pezzi per sola chitarra scordata e voce, intendo.
Insomma, Tom Smith è solo l’ultimo della fila di fronte all’entrata di quella mensa dei ricchi che mostra come cartello d’ingresso “famous rock singers gone introspective” e vederlo lì in attesa di un qualche riconoscimento spassionato ha quel gusto dolceamaro di un romanzesco colpo di scena che avevi annusato già una decina di pagine prima, solo per passare una decina di pagine a sperare che il tuo naso non fosse più il segugio di una volta.
Comunque, mettiamo subito agli atti che, anche qui, l’abilità di cantautore del leader degli Editors rimane intatta. Il suo baritono ancora si porta appresso la profondità di uno che ha attraversato svariate pandemie e una decina di relazioni andate in vacca, e questi pezzi – spogliati fino al loro scheletro emozionale – si mostrano come un’innegabile forma di artigianato che galleggia da qualche parte tra il sussurro da confessionale e un’elegante, adulta malinconia.
Il problema è che ormai la sfida vera, da queste parti, non è più la qualità, ma la concorrenza. Al momento (ma pure guardando indietro nel tempo), la corsia d’emergenza per solisti acustici è, appunto, affollata all’inverosimile. Da un lato ci sono leggende che tuttora campano sul loro presunto unplugged spiritual awakening, dall’altro un piccolo esercito di giovani artisti che hanno fatto della strumentazione minimale una religione. Smith mette la freccia con onestà e mestiere, ma oggi onestà e mestiere sono solo la quota per il pedaggio, non la garanzia di trovare sul serio, dopo il casello, una strada che non sia senza sfondo.
Il titolo dell’album promette una sorta di rivelazione: qualcosa imboscato negli angoli bui che si suggerisce possa essere illuminato soltanto facendo un passo indietro rispetto ai soliti drammi pseudo post-punk. Eppure, dopo qualche ora in compagnia di questi brani, l’impressione è quella di aver scandagliato con una torcia tutti gli anfratti più nascosti per trovare niente di più e niente di meno di quello che era visibile alla luce del giorno. Belle melodie consegnate con il cuore in mano, una manciata di titoli dal sapore adolescenziale (per fortuna elaborati in direzione della maggiore età lungo lo sviluppo dei pezzi) e atmosfere cinematiche pronte per un film di Terrence Malick.
Una tazza di camomilla infusa con cura, che gentilmente (ma fermamente) si rifiuta di diventare non dico un cocktail, ma nemmeno un tè.