Cocciutaggine, fierezza e incazzatura - sempre fedeli alle proprie radici
L'integrità artistica è una qualità che bacia pochi musicisti, la maggior parte dei quali – anche quelli nati duri e puri – qua e là qualche scivolone lo hanno fatto inseguendo l'allettante odore del denaro. Non che a Max Cavalera il dinero faccia schifo, ma, perlomeno, quando sta quasi in bolletta invece che cercare il duetto con l'artista pop di grido, o mettersi a scrivere ballate strappamutande, preferisce andarsene in giro a suonare gli album della sua gioventù, quelli che gli hanno dato la notorietà e che restano fondamentalmente gli stessi per cui verrà ricordato nei libri di storia. Ovvio che i tour celebrativi "Cavalera Plays Sepultura" a quello servono, tuttavia è un compromesso che pure ci può stare: così si accontentano il fan di vecchia data e si alzano due spicci. Per il resto, è un susseguirsi di nuove uscite, alcune ottime e altre solo buone, però mai davvero ciofeche sputtananti. Perché, comunque la si giri, il nostro ci mette sempre anima e cuore credendo fermamente in quello che fa. Soprattutto, dà l'impressione di divertirsi ancora e di avere molto da dire. Certo, a volte i discorsi si ripetono, ma non siamo forse tutti così arrivati a una certa età?
Se visto in questa ottica, il tredicesimo (!) album dei Soulfly rappresenta tutto ciò che uno potrebbe aspettarsi nel 2025 da un disco con quel nome scritto sopra. Ovvero industrial metal (No Pain=No Power, con ospite Dino Cazares dei Fear Factory e coda in odore nu metal ben riuscita), death prog (Ghenna, con Michael Amott degli Arch Enemy), groove metal stile fine anni Novanta (Always Was, Always Be), thrash venato death (Favela/Dystopia), pesantezza post-death (Nihilist: ospite Todd Jones dei Nails) e sperimentazioni varie ed eventuali (Chama). Il tutto immerso in un calderone dal forte odore doom, tenuto assieme da un concept che scorre per tutte le tracce (riassumendo: la storia di un ragazzo delle favelas la cui vita svolta grazie alla spiritualità delle tribù amazzoniche) a opera di Igor Amadeus Jr, uno dei figli di Max, qui anche bassista (laddove Zyon, figlio maggiore, siede dietro le pelli).
Poco più di mezzora carica di rabbia, convinzione, riff a manetta e slam dancing assicurato, con buona pace di tutti gli altri Unforgiven e delle A Tout Le Monde del caso. Un capolavoro? No, quelli il buon Max già li ha fatti, e non solo con i Sepultura (Point Blank dei Nailbomb rimane uno dei punti cardine dell'industrial metal). Ciò che gli viene ancora benissimo è consegnarci dischi carichi, belli densi e spaccaossa: se è questo ciò che cercate, Chama merita un bel po'di passaggi. In caso contrario, rivolgetevi altrove.